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Lo Studio Chianura, composto da Avvocati e Dottori Commercialisti, assiste prevalentemente le imprese e i gruppi di imprese, nella gestione delle problematiche fiscali e societarie fornendo adeguata assistenza professionale anche in operazioni di carattere straordinario come fusioni, scissioni, acquisizioni, cessione di azioni e quote, riorganizzazioni societarie, pianificazione fiscale internazionale.

Lo studio inoltre è specializzato nel settore della finanza agevolata assistendo enti e imprese nella pianificazione e nello sviluppo di progetti imprenditoriali finalizzati all’ottenimento di contributi finanziari disposti da norme nazionali e comunitarie

Lo studio Chianura garantisce assistenza legale globale in ambito nazionale e internazionale alle imprese, agli enti pubblici, così come ai privati.  Il nostro studio offre un approccio specializzato in diverse aree legali, in particolare nell’area del diritto industriale, del diritto commerciale e della  contrattualistica interna ed internazionale. Tale copertura è garantita sia con la competenza dei professionisti presenti nello studio in modo continuativo, sia attraverso accordi continuativi  di collaborazione  con professionisti  italiani ed esteri.

Inoltre lo Studio nel suo complesso ha implementato operazioni di de-localizzazione delle produzioni all’estero, consistenti nell’attivazione di impianti di produzione all’estero o a vere e proprie entità estere autonome,  analizzando e fornendo assistenza su tutti gli aspetti dell’investimento, da quelli finanziari, agevolativi, fiscali, valutari, a quelli legali, previdenziali e societari.

Infine lo studio è in grado di assistere, in tutte le fasi, le imprese estere che vogliano investire in Italia – Puglia, Campania, Calabria e Sicilia rientrano nell’area Obiettivo 1 sino al 2013 - fornendo loro consulenza relativa alla legislazione italiana e agli strumenti agevolativi all’uopo utilizzabili.

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Stati Uniti d'America

Il gusto italiano spopola negli Stati Uniti

Cosa pensano dei nostri prodotti i consumatori statunitensi? Quali sono i prodotti più conosciuti e acquistati? A cosa viene associato il nostro Paese? Queste e altre domande ancora sono state realmente poste a consumatori statunitensi nel corso di una interessantissima indagine commissionata dall’Istituto nazionale per il Commercio estero (ICE) e il Comitato Leonardo - Italian Quality Committe ed affidata all’Istituto Piepoli S.p.a. Ne è risultato (Giugno 2004) che il nostro Paese viene associato dai consumatori USA al cibo, ai vini e alle località turistiche; che i primi prodotti che vengono in mente pensando all’Italia sono quelli alimentari, seguiti dalle calzature, automobili e  abbigliamento; che i prodotti maggiormente acquistati dagli intervistati sono stati quelli alimentari (vino e pasta in primis), seguiti dai prodotti dell’abbigliamento, calzature e accessori moda. In altri termini il gusto e il design italiani sono in pole position nelle preferenze dei consumatori statunitensi che riconoscono ai nostri prodotti qualità e bellezza, anche se mettono in evidenza l’elevato prezzo d’acquisto e la presenza sul mercato USA di prodotti contraffatti.

 

MiamiI RAPPORTI COMMERCIALI ITALIA - USA – Nonostante la difficile fase congiunturale statunitense e il sensibile apprezzamento dell’euro sul dollaro, non si è registrato il crollo delle esportazioni italiane negli USA come era stato paventato, ma anzi - come afferma il Rapporto Paese (USA) congiunto Ambasciate/Uffici ICE estero del II semestre 2003 – la performance del Made in Italy è stata in alcuni casi migliore di quella di alcuni storici concorrenti (come ad esempio Francia, Giappone, Corea del sud, Taiwan). Comunque v’è da dire che il nostro Paese si posiziona, nella graduatoria dei maggiori fornitori degli Stati Uniti, al 12° posto, perdendo due posizioni (era infatti 10° prima del 2003, ora è superata da Irlanda e Malesia). I settori forti – Il comparto moda (abbigliamento, calzature, cosmetici, gioielleria, occhiali, pelletteria etc. ) rappresenta il 23,2% dell’intero export italiano negli USA, il comparto casa/arredo (mobili, illuminazione, piastrelle - ottime performance per gli ultimi due - etc.) rappresenta l’11% sul totale esportato, il comparto agro-alimentare e vini rappresenta l’8,7%; infine da segnalare la buona performance del comparto della meccanica strumentale che rappresenta il 6,7% del totale esportato.

LA PENETRAZIONE COMMERCIALE – Nel corso della indagine demoscopica innanzi menzionata è emerso che la distribuzione di alimenti, calzature e abbigliamento è buona nelle grandi aree (come New York, Los Angeles, Boston etc.) ma necessita di essere migliorata nelle altre. Si dovrebbe quindi puntare, da un lato, a consolidare la posizione dei nostri prodotti nelle aree in cui tradizionalmente si registra la presenza del Made in Italy (ovvero Stati dell’Est, Florida, California ed Illinois), dall’altro, invece, a promuovere l’ingresso dei nostri prodotti in zone “meno battute” degli USA, come la parte occidentale e il Nord Est, assicurando quindi una distribuzione più omogenea e capillare dei nostri prodotti sul territorio statunitense. Occorre a questo punto pertanto individuare il sistema distributivo che più si addice agli scopi dell’azienda che potrebbe scegliere di nominare un agente in loco, o di contattare un distributore, oppure di aprire dei punti vendita in franchising, o infine di effettuare un insediamento diretto negli USA.

LE MODALITÀ DI DISTRIBUZIONE: AGENT E DISTRIBUTOR – Il rapporto di agenzia è uno degli strumenti più indicati per un primo approccio al mercato statunitense sia per la snellezza del rapporto(non esiste in USA una disciplina stringente come quella europea, il regolamento contrattuale è in sostanza rimesso all’accordo fra le parti) sia per l’esiguità dell’investimento iniziale (si possono anche non avviare attività promozionali, ma affidarsi al lavoro dell’agente). Una caratteristica però distingue l’agente “di diritto comunitario” da quello statunitense, ovvero il potere di rappresentanza (potere di concludere contratti in nome e per conto del preponente) che negli USA viene conferito automaticamente poiché risiede nella stessa nozione di agente, mentre in Europa deve costituire oggetto di apposito accordo (pertanto sarà opportuno specificare tale circostanza nel contratto, definendo ad esempio il soggetto anziché agent, sales representative ed elencandone i poteri). L’agente negli USA è un indipendent contractor, un lavoratore autonomo, pertanto occorre stare attenti a non dar vita ad un employment contract (un rapporto di lavoro subordinato), situazione questa che anche involontariamente si creerebbe con l’inserimento di determinate clausole (da evitare ad esempio la corresponsione di compensi svincolati dal volume degli affari). In alternativa alla nomina di un agente, l’impresa estera può siglare un accordo con un distributore USA, sempre giuridicamente autonomo dal produttore, che, a differenza dell’agente  - a cui è affidata soltanto la promozione del prodotto e la cui remunerazione è affidata alle provvigioni sul fatturato - si impegna ad acquistare e rivendere i prodotti e viene remunerato dal margine tra il prezzo di acquisto e rivendita di questi ultimi. Facilmente può accadere che le clausole tipiche di un accordo di distribuzione (esclusiva territoriale, patto di non concorrenza, differenziazione dei prezzi etc.) potrebbero entrare in conflitto con la rigida disciplina antitrust statunitense (Sherman Act, Clayton Act modificato dal Robinson-Patman Act etc.), pertanto la stesura del contratto deve essere oggetto di attenta analisi giuridica, anche per evitare le pesanti ricadute sul venditore che potrebbe avere, in caso di danni al consumatore arrecati dal prodotto, la U.S. Products Liability Law (la legge statunitense sulla responsabilità del produttore); sarà pertanto opportuno inserire clausole relative alla ripartizione di responsabilità tra produttore e distributore e di manleva in caso di citazione per danni.

 

Cina

Piccole imprese: ora la Cina è più vicina

Attività così strutturate e complesse devono vedere necessariamente in primo piano il ruolo dei professionisti a rubrica “Commercio Internazionale” chiude oggi per  la pausa estiva il suo ciclo 2002/2003. Questi otto mesi hanno visto il nostro team di esperti,  provenienti da diverse aree professionali,  impegnato nel progetto divulgativo sul tema dell’internazionalizzazione, con l’intento di rendere fruibili un insieme di concetti che appartengono ad un sistema altamente tecnico, il mondo degli affari internazionali. L’esigenza di affrontare la problematica in modo integrato e sotto i diversi aspetti tecnici nasce infatti dalla circostanza che le PMI del Sud, spesso avulse dalle grandi realtà internazionali, quando sperimentano i primi approcci sui mercati esteri, si trovano costrette ad affrontare contemporaneamente tutte le fasi del commercio internazionale, dalla redazione dei contratti, alle procedure fiscali fino alle problematiche dei trasporti, delle dogane  e dei pagamenti internazio­nali. Ed in questo senso l’analisi condotta nel corso dell’anno ha inteso “condensare” in poche note il vastissimo panorama delle problematiche sul tema,  spaziando dalla materia fiscale a quella legale, fino al settore aziendale, finanziario e del marketing , con lo scopo finale di fornire,  se non un decalogo, almeno una razionalizzazione delle strategie di fondo dell’internazionalizzazione.

ShangaiL’IMPORTANZA DI UN MODELLO STRATEGICO - Questo operazioni di “mappatura” delle operazioni basilari,  per quanto elementare, assume enorme importanza in un contesto come quello delle piccole imprese del Sud, che non sempre riescono a esprimere compiutamente le proprie necessità legate all’espansione internazionale.È infatti  latente una forte domanda dell’imprenditoria locale che chiede in modo generico “…di andare all’estero ..” , senza avere chiara idea se andare “a monte” o “a valle”, cioè se le economie di gestione perse nel mercato domestico debbano  essere recuperate all’estero sul fronte dei ricavi, ovvero dei costi, e quindi in ultima istanza senza avere idea sul come e dove “andare all’estero”(e sono infatti frequenti casi di  imprenditori che si avventurano in viaggi della speranza per vendere in contesti economicamente poveri prodotti fabbricati in Italia e di alta gamma).Questa domanda dunque  va necessariamente decodificata per inquadrare le esigenze dell’impresa e proporre agli imprenditori un modello strategico e non casuale di espansione internazionale .Secondo questa prospettiva  infatti si sono mossi i primi articoli della nostra rubrica, che hanno analizzato le direttici fondamentali dell’internazionalizzazione, selezionando così percorsi diversificati di sviluppo:verso mercati di sbocco ovvero verso mercati di approvvigionamento e di produzione.

L’INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE VENDITE - Operando un’espansione attraverso i canali di sbocco,  l’obiettivo non può che  essere costituito da mercati con alto reddito pro-capite, con gusti, tradizioni e  sistemi distributivi simili a quelli italiani.Per quanto riguarda le modalità di attuazione, l’opzione tra un sistema di penetrazione commerciale diretto (agenti o proprie filiali all’estero) ovvero indiretto (distributori, importatori) dipende  poi dal livello di controllo del mercato estero che l’impresa intende o è in grado di attuare.Analizzando i mercati di sbocco nel corso della rubrica abbiamo concretamente indicato alcuni dei principali Paesi di sbocco (UK e Germania), analizzandone i sistemi distributivi e commerciali e rapportandoli ad alcuni settori rilevanti dell’economia pugliese (il mobile imbottito, l’agro-alimentare ed il tessile).Sono state poi analizzate le opzioni possibili riguardanti i principali contratti di penetrazione commerciale e di distribuzione all’estero, quali l’agenzia, la vendita, la concessione di vendita, fornendo concreti suggerimenti per adeguare la struttura del contratto alle esigenze delle aziende italiane.

L’INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE PRODUZIONI – La selezione dei Paesi  di produzione e di approvvigionamento avviene invece sulla base del più basso costo della mano d’opera, della più facile ed economica reperibilità della materia prima, dell’esistenza di finanziamenti per gli impianti, nonché di altri fattori come il risparmio fiscale, la stabilità politica, la vicinanza geografica, la compatibilità culturale e sociale…Cercando di contestualizzare tali scelte nell’ambito dell’economia pugliese, nelle varie uscite della rubrica abbiamo tracciato le linee guida dei processi di delocalizzazione (Cina,  Romania, Argentina e Brasile),  realizzati attraverso contratti di subfornitura ovvero mediante insediamenti stabili all’estero  (rispetto ai quali è stata fornita una mappa dei finanziamenti disponibili,  specialmente per l’area balcanica, nonché il regime fiscale, corredato di una sintetica guida delle strutture  societarie funzionali per il rientro più efficiente sul piano fiscale e finanziario dei flussi dall’estero).

LA CENTRALITÀ DELLA CONTRATTUALISTICA E DELLA FISCALITÀ - In tutto questo processo non ci siamo stancati di ribadire che ogni fase delle operazioni va “registrata” in un valido  impianto contrattuale, che tenga conto della  inadeguatezza nel contesto giuridico internazionale dei modelli domestici (in più articoli abbiamo infatti tracciato le linee guida da seguire nella redazione di un contratto internazionale, commentando le strategie connesse alla scelta della legge applicabile, della giurisdizione o dell’arbitrato). Allo stesso modo abbiamo evidenziato l’importanza della valutazione dell’impatto fiscale delle operazioni internazionali fin dalla loro progettazione, senza relegarla come spesso avviene in una fase meramente esecutiva. C

ONCLUSIONI – L’internazionalizzazione ben presto rappresenterà una scelta obbligata anche per le aziende più piccole, che si troveranno costrette a strutturarsi sul piano internazionale per non essere estromesse dal sistema, ormai globalizzato e verticalmente integrato.L’indotto del divano dovrà seguire i grandi committenti  e tentare di replicare all’estero la tecnica del distretto, i grandi mercati di sbocco diventeranno sempre più concentrati e preclusi alle medie  imprese, si affacceranno  nuovi concorrenti stranieri  nel mercato domestico ma viceversa si determinerà l’apertura di nuovi mercati, come i Balcani, prima inesplorati.Il commercio internazionale rappresenta quindi  il settore al quale la nostra regione affiderà lo sviluppo della sua economia, fornendo opportunità di occupazione proprio ai giovani che sempre più prediligono lo studio di materie di respiro internazionale.Un progetto così rilevante  non può essere lasciato al caso, ma va affidato a modelli strategici di marketing internazionale che siano adeguatamente strutturati e condivisi, e che vedano finalmente un ruolo centrale dei professionisti che, almeno negli altri Paesi europei, costituiscono  la naturale cerniera tra il mondo istituzionale e quelle delle imprese.

Argentina

ARGENTINA: TUTTE LE OPPORTUNITA' PER INVESTIRE

Ospitiamo l’intervento per la Gazzetta del Mezzogiorno di Paolo TANZI – PARMA - Responsabile Ufficio Sviluppo della Camera di Commercio Italiana di Rosario in Argentina.“ L’Ufficio per lo Sviluppo   Commerciale in Italia della provincia di Santa-Fe’ (Argentina) sotto l’egida della Camera di Commercio di Rosario e quella di Parma, e’ stato attivato per favorire i contatti tra le aziende produttive e commerciali delle due  regioni. Tale progetto sperimentale e’ oggetto di viva attenzione da parte del sistema delle camere di commercio estere, con l’idea di replicarne il modello per altri Stati.

Buenos Aires

LA RIPRESA ECONOMICA ARGENTINA - La situazione odierna in Argentina è sicuramente migliorata rispetto a quella – in effetti veritiera - riportata da tutti i mass media internazionali alla fine del 2002 ed all’inizio di quest’anno; a testimonianza di tale trend positivo il cambio pesos/dollaro, che è  passato in breve tempo da 3,5/1 del 2002, con tendenza al peggioramento, ai 2,82/1 dei primi giorni di maggio. Torno dall’aver rappresentato l’Italia su invito argentino alla fiera internazionale dell’alimentazione di Rosario, (FIAR 2003) che con uno sforzo inimmaginabile e’ stata fortemente voluta -  dopo la sospensione nel 2002 per effetto della crisi -  sia dal pubblico che dal privato, per ridare fiducia  economica e psicologica ad una nazione messa in ginocchio, credo mai cosi’ pesantemente, dalla spirale di eventi negativi dell’anno passato. Ho visto una fortissima volontà’ di ripresa, e credo che dopo gli avvenimenti politici degli ultimi giorni si possa preventivare una fase nuova per questa nazione, che forse finalmente potrà – con  fatica – staccarsi dalle tradizioni politiche tipicamente sudamericane.

 

SETTORI TRAINANTI - I settori trainanti e che per primi hanno rialzato la testa dopo la grande crisi dell’inizio dell’anno, sono l’agricoltura e di conseguenza anche il settore delle macchine agricole. Questo perchè in passato ci  si riforniva per tali macchinari  dall’estero e specificatamente  dal Brasile; ora,  per effetto del default, si  è  ricominciato a servirsi del  mercato interno ed a  riorganizzare  le  produzioni .L’Argentina e’ un paese dalle mille risorse e dalle potenzialità’ enormi ; basti pensare alle estensioni  di terreni. Superfici inimmaginabili per un agricoltore italiano,  abituato ai nostri fazzoletti ( Vi sono fazende con un milione di ettari di terra e  altrettanti capi di bestiame sempre in rotazione).

GLI INVESTIMENTI E LE JOINT VENTURES - In questo momento investire in questa parte del mondo e’ senz’altro  appetibile per investitori italiani o europei , soprattutto se interessati ad entrare con le proprie capacita’ di tecnologia e penetrazione dei mercati in quel grande bacino di utenza che e’ il Mercosur.Acquistare poderi (estancias), per realizzare produzioni agricole qui da noi ormai compromesse dallo sfruttamento eccessivo dei terreni, è sicuramente un’iniziativa   economicamente  valida, specialmente se  supportata  dalle nostre  capacita’ imprenditoriali  e da quel know-how che tutti ci riconoscono e ci invidiano, specialmente nel campo agroalimentare.Dal punto di vista imprenditoriale, l’intervento auspicabile è la costituzione di società’ miste con sede in Argentina, riconducibili alla forma giuridica internazionale delle joint-ventures companies. Questa opzione e’ fortemente spinta dalle autorità’, nazionali ed internazionali, che stanno emanando provvedimenti di incentivazione di questo tipo, visti come un mezzo privilegiato per fare ripartire l’economia argentina.  

IL SETTORE AGROALIMENTARE E QUELLO DEL  TURISMO - Nello specifico, l’interesse principale si rivolge al settore agro-alimentare, in cui si dovrebbe potere coniugare la grande tradizione delle imprese italiane con le notevoli risorse, in gran parte inespresse, di questa nazione sudamericana.Favorevole agli insediamenti produttivi può essere l’alto grado di scolarizzazione della popolazione, che, non va dimenticato, per oltre il 50% e’ di origine italiana.Un altro settore che si sta monitorando e valutando in funzione di futuri investimenti e’ quello del turismo e, in particolare, dell’agriturismo. Ciò’ viene fatto per attuare una ridistribuzione del reddito sul territorio, raggiungendo, in questo modo, anche zone che sono fuori dei normali circuiti.Per tutto questo e per il forte legame che tradizionalmente lega le nostre culture, l’aspettativa e’ di divenire in un futuro prossimo dei partners privilegiati per la nazione argentina, sia dal punto di vista commerciale sia dal punto di vista produttivo. Lo scenario possibile potrebbe essere quello di ottenere dei prodotti argentini, a qualità’ italiana, in grado di competere ad alti livelli ( ed a bassi costi ) sui mercati americani.Chiudo complimentandomi col giornale che mi ospita, poiche’ e’ una delle prime testate che ha dimostrato una sensibilita’ spiccata verso le richieste di conoscenza delle dinamiche dei mercati internazionali, indispensabile oggi per le aziende che intendano porsi correttamente in un contesto di competizione globale ….”

Australia

Raddoppiate le esportazioni italiane in Australia in 10 anni

A trainare le importazioni dei nostri prodotti in Austrialia nei decenni passati è stata indubbiamente la forte presenza di emigrati del nostro Paese che hanno costruito la propria fortuna dall’altro capo del mondo in anni in cui l’emigrazione costituiva l’unica via di salvezza per molti connazionali. Gli esperti considerano adesso questo fenomeno pressoché esaurito:  quello che spinge ad acquistare i prodotti del Made in Italy sarebbe proprio la loro qualità intrinseca ed il fascino che essi esercitano su milioni di consumatori nel mondo, oltre, nel caso specifico dell’Australia, alla forte espansione economica e alla crescita che consumi privati che ha fatto raddoppiare nell’ultimo decennio le esportazioni italiane nel Paese. Un fenomeno comunque degno di nota, ci informa l’ICE, è il processo di sostituzione delle importazioni nostrane con beni prodotti in Australia: imprenditori di origine italiana producono localmente, utilizzando marchi e nomi italiani, prodotti quali mobili, materiali da costruzione, prodotti alimentari (olio, vino, pasta, prosciutti e formaggi) etc, anche se tutto questo avviene con un indubbio collegamento con l’Italia dalla quale vengono comunque forniti beni strumentali, prodotti semilavorati e componentistica.

SidneyINTERSCAMBIO COMMERCIALE - PROSPETTIVE – Conseguenza del fenomeno descritto innanzi è il cambiamento della tipologia dei prodotti italiani esportati in Australia: mentre in passato le esportazioni italiane verso l’Australia erano concentrate in prodotti tipici del “Made in Italy” quali beni alimentari e bevande alcoliche (il vino in particolare), moda ed accessori (scarpe, borse etc.), nonché arredamento e interni (ceramica, marmi e graniti), oggi oggetto di importazione sono i beni strumentali, come ad esempio: macchinari, macchine elettriche, mezzi di trasporto e movimentazione. In considerazione di ciò, attualmente le principali opportunità di penetrazione, per il sistema commerciale italiano, vanno ricercate in alcuni “nuovi” settori, quali ad esempio: medicinali e prodotti farmaceutici (inclusi i farmaceutici veterinari); materiali di costruzione; macchinari ed attrezzature mediche e dentistiche; macchinari ed attrezzature per l’agricoltura (olio, vino); macchine utensili (in particolar modo meccano-tessile, lavorazione metalli e lavorazione vetro); tecnologie e servizi ambientali;attrezzature per l’irrigazione; tecnologie per la produzione di energia alternativa; biotecnologie; attrezzature e forniture turistico –alberghiere; arredo-casa; industria della refrigerazione e logistica.IDE - L’Australia favorisce gli investimenti stranieri, particolarmente nei settori manufatturieri e ad alto contenuto tecnologico (il sistema universitario australiano e la ricerca scientifica attuata sono di eccellenza). I maggiori paesi investitori sono stati gli Stati Uniti, la Svizzera, la Cina, il Regno Unito e la Germania. Il nostro Paese, vista la enorme distanza geografica e la tendenza (pigrizia?) dei nostri imprenditori a non prediligere mete lontane, non annovera molti investimenti diretti, anche se è importante evidenziare che la scelta di effettuare IDE in Australia per molte società americane ed europee è determinata dal fatto che il Paese rappresenta un’opportunità da un punto di vista strategico ed economico per la vicinanza dei mercati asiatici, oltre ad avere una forza lavoro flessibile e qualificata che, insieme al buon sistema di telecomunicazioni e ad un’alta qualità della vita, la rendono un territorio estremamente interessante per l’insediamento di funzioni direttive di molte società straniere.

Sud Africa

L'Italia e il Sud Africa più vicine 

Il Sudfrica è in grande fermento per l’evento di portata planetaria (o almeno considerato tale dalla stragrande maggioranza) che ospiterà nel 2010: la diciannovesima edizione dei campionati mondiali di calcio. Sappiamo benissimo che il Paese che viene scelto per ospitare manifestazioni di tale portata coglie la preziosa occasione per rilanciare la propria immagine su scala mondiale, per aumentare i contatti commerciali con Paesi di tutto il mondo e stimolare di conseguenza la crescita produttiva. Insomma l’evento sportivo (così come le olimpiadi, si vedano i preparativi in Cina per il 2008) diventa un’ottima vetrina per presentare le risorse e le potenzialità del Paese in questione, vetrina da osservare attentamente per comprendere se vi sono opportunità per le imprese di tutto il mondo, e l’Italia non è da meno, in quanto proprio qualche settimana fa si è conclusa la visita in Sudafrica del nostro sottosegretario al Commercio Internazionale con delega ai paesi africani, Mauro Agostani, alla  guida di una delegazione che ha visto insieme i rappresentanti di Ice, Sace, Simest e Confindustria anche in previsione di una missione programmata per luglio e che coinvolgerà un centinaio di aziende italiane, secondo quanto dichiarato dal Ministero del Commercio Internazionale in un comunicato del 12 marzo.  

JohannesburgLE OPPORTUNITÀ – Come ha dichiarato il sottosegretario "il Sud Africa è un paese che ha offerto in questi anni agli investitori stranieri stabilità politica e economica… ha grandi aziende nel settore estrattivo, petrolifero e automobilistico ma allo stesso tempo sono poco presenti le piccole e medie imprese che potrebbero avere grandi opportunità grazie soprattutto alla disponibilità di materie prime e alla manodopera qualificata. In particolare nel campo tessile, nella componentistica auto ma anche nel settore orafo e nell’impiantistica". Ed in vista dei campionati di calcio nel 2010, l’Italia è pronta ad offrire le proprie competenze ed il proprio know-how. Si pensi che in vista dell’evento sportivo il governo ha stanziato oltre 40 miliardi di euro per ammodernamento e creazione di infrastrutture (strade, aeroporti, sistema di trasporti in genere, oltre naturalmente agli stadi e ai campi sportivi). Ci informa l’ICE che, dai dati di interscambio del Sud Africa, relativi all'anno 2006 emerge una sensibile accelerazione dell'import di merci italiane. Nel 2006, le importazioni del Sud Africa dal mondo sono aumentate del 32,4% rispetto al 2005, mentre le importazioni dall'Italia hanno fatto registrare un incremento del 34,3%, rispetto al 2005. Pertanto l'Italia ha consolidato la nona posizione occupata nella graduatoria dei paesi fornitori del Sud Africa, con una quota di mercato che è quindi leggermente migliorata (è stata del 3% nel 2006).

RAPPORTI COMMERCIALI ITALIA - SUDAFRICA – IDE - Per quanto riguarda il nostro export, l’Italia esporta prevalentemente macchine utensili industriali, sia specializzate che per impieghi generali, macchine e apparecchi meccanici, elettrodomestici, apparecchiature di telecomunicazione (in forte aumento), prodotti farmaceutici, macchine utensili, prodotti chimici di base, autoveicoli e loro parti, macchinari ed attrezzature per l’agricoltura (in calo); in leggera flessione è anche il nostro export di autovetture, condizionato anche dalla forte concorrenza. Sul versante delle importazioni dell’Italia dal Sud Africa, la parte più consistente è rappresentata dai c.d. metalli non ferrosi (fra cui i metalli preziosi, oro e argento, ma anche l’alluminio), seguiti da prodotti minerari, prodotti della siderurgia e della filiera agro-alimentare. Se fino al 1998, il Sud Africa non è stato Paese obiettivo per i nostri insediamenti produttivi, dopo quella data si è scoperta da parte dei grandi gruppi industriali italiani (Fiat, Magneti Marelli, Luxottica etc.)l’importanza di avere proprie sedi produttive in uno dei luoghi più ricchi di materie prime e in un Paese che in molti settori rispetta gli standard europei, nei servizi, nelle infrastrutture, per il mondo degli affari (la borsa di Johannesburg è tra le 15 più importanti del mondo, quattro banche sudafricane sono tra le prime 500 del mondo, etc.). Inoltre il “terreno fertile” per gli insediamenti produttivi è dato dall’importanza che il Paese ha riservato agli investimenti esteri per lo sviluppo del proprio territorio, quindi via libera all’ingresso di capitali stranieri, con principio di parità di trattamento tra investitori esteri e locali, vige inoltre la libera trasferibilità all’estero di profitti e capitali, è stato stipulato con il nostro Paese un trattato contro le doppie imposizioni. Inoltre esiste la possibilità di insediare le proprie attività in alcune zone che beneficiano di agevolazioni, come ad esempio le zone di sviluppo industriale (che si trovano nei pressi di aeroporti, porti e principali vie di comunicazione), oppure è consentito investire in ben individuate aree del paese destinatarie di interventi finalizzati alla realizzazione di infrastrutture, di poli industriali ed agro-turistici.

ACCORDO UE-SUD AFRICA - Con l’avvenuta ratifica da parte di tutti gli Stati membri dell’UE, il TDCA (Trade, Development and Cooperation Agreement) è entrato in vigore nel 2004 (ma la firma era del 2000). Ma di cosa si tratta? E’ un accordo commerciale e di sviluppo che ha come obiettivo (da realizzare entro i prossimi 10-12 anni) la creazione di una zona di libero scambio tra l’UE ed il Sud Africa. L’accordo in questione quindi è un accordo di libero scambio (Free Trade Agreement), in cui l’entità e la dimensione della liberalizzazione tariffaria sono davvero ampie ed investono settori così numerosi e talvolta sensibili, incluso quello agricolo. Entro quindi 10-12 anni ben il 95% delle esportazioni sudafricane e l’86% di quelle dell’Unione Europea saranno completamente liberalizzate. E’ stato anche firmato un accordo in materia di vini ed alcolici nel 2001, accordo raggiunto dopo negoziati lunghi e difficili su una materia verso la quale anche l’Italia, grande produttore e esportatore di vini, ha un evidente interesse.

 

Albania

L’obiettivo generale della iniziativa Interreg III rimane quello di evitare che i confini nazionali ostacolino lo sviluppo equilibrato e l’integrazione del territorio europeo. Nella comunicazione agli Stati membri del settembre 2004, la Commissione UE afferma che “l’isolamento delle zone di frontiera può avere un duplice effetto: da un lato i confini rappresentano per le comunità di tali zone una barriera economica, sociale e culturale ed impediscono di gestire coerentemente gli ecosistemi; dall’altro, le zone frontaliere vengono spesso trascurate dalle politiche nazionali e di conseguenza le loro economie hanno la tendenza a diventare periferiche nell’ambito dello Stato di cui fanno parte”.

 

 

TiranaL’UNIONE EUROPEA E L’ALLARGAMENTO – Con l’allargamento dell’Unione Europea ai nuovi Stati membri (ora la popolazione è giunta a 490 milioni di cittadini), sono stati varati nuovi programmi di cooperazione transfrontaliera e apportate modifiche per aggiornare i programmi esistenti, al fine di garantire la piena partecipazioni dei nuovi Paesi. Questi programmi promuovono la cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale: interessate sono le frontiere e le zone di frontiera tra Stati membri e tra Unione Europea e i paesi terzi; in particolare per il programma di cui ci occupiamo in questa sede, INTERREG Italia-Albania, il mar Adriatico costituisce la frontiera naturale tra i due Paesi. INTERREG/CARDS III A Italia-Albania – Sono stati pubblicati sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia n. 55 del 12 aprile 2007 gli avvisi pubblici per la presentazione di proposte progettuali relative al Nuovo Programma di Prossimità Interreg/Cards IIIA Italia-Albania 2004/2006 (scadenza 11 giugno). La novità dei bandi pubblicati è costituita dal fatto che per la prima volta gli strumenti di cooperazione esistenti INTERREG e CARDS sono integrati fra loro e coordinati attraverso la creazione di un unico strumento idoneo a sviluppare interventi anche in territorio albanese, denominato appunto “Nuovo Programma di Prossimità (NPP) Interreg / Cards Italia - Albania” (in pratica i fondi saranno attinti oltre che dal contributo FESR, dalle quote del Fondo nazionale di Rotazione (FdR) e della Regione Puglia previste per INTERREG, anche da una quota di compartecipazione del fondo CARDS destinata a finanziare le operazioni da implementare in territorio albanese). ASSI - Gli avvisi pubblicati riguardano l’Asse I (Trasporti, Comunicazioni e Sicurezza) e l’Asse IV (Turismo, Beni Culturali e Cooperazione istituzionale). Dell’Asse I le seguenti misure: 1. Misura 1.1 Trasporti e comunicazioni Azione 2) “Progetto finalizzato per la cooperazione, divulgazione, aggiornamento e sostegno istituzionale allo sviluppo della gestione della domanda di mobilità” 2. Misura 1.2 Sicurezza  Azione 2) “Progetti per attività preventive ed educative per immigrati” Sottoazione 2.1. “Adeguamento strutturale e funzionale” Sottoazione 2.2 “Attività di accompagnamento, formazione ed inserimento sociale e lavorativo” Intervento 2.2.A “Interventi propedeutici di formazione sulle tematiche psicosociali correlate alle migrazioni” Intervento 2.2.B “Intervento integrato di orientamento e formazione” Intervento 2.2.C “Servizio di mediazione linguistica e culturale”; Azione 3) Progetto Microcredito. Per l’Asse IV, la Misura 4.3 Sviluppo della cooperazione istituzionale e culturale, Azione 3 "Centro Italo-Albanese per la ricerca economica e sociale".

SOGGETTI PROPONENTI, AREE AMMISSIBILI, TIPOLOGIA DI PROGETTI  - A seconda degli Assi, I o IV, variano i requisiti per i soggetti proponenti, i progetti finanziabili, l’entità dei finanziamenti; gli interventi previsti da entrambi i bandi dovranno essere localizzati all’interno della Regione Puglia: province di Bari, Brindisi e Lecce e in Albania nell’ intero territorio nazionale. Asse I : i soggetti proponenti c.d. interni (Internal Lead Partner) devono avere sede ufficiale e/o operativa nell’area ammissibile del Programma (province di Bari, Brindisi e Lecce), per l’intera durata del progetto (12 mesi), avere nazionalità di un Paese Membro dell’UE ed essere direttamente responsabili della preparazione e gestione dell’intervento con i loro partners, non soltanto come intermediari. La proposta progettuale deve indicare il proponente esterno (External Lead Partner), responsabile per la gestione dei fondi CARDS e delle attività in Albania. Il Lead Partner Esterno deve essere un soggetto pubblico Albanese. Per l’Asse IV, possono presentare proposte progettuali in qualità di Leader partner Università e Centri diricerca pubblici aventi sede legale nelle province di Bari, Brindisi e Lecce. Altri partners di progetto possono essere soggetti pubblici e/o privati, Enti ed Amministrazioni pubbliche, associazioni senza fine di lucro, ONG. L’Azione 3) della Misura 4.3 prevede la progettazione ed attivazione di un Centro italo albanese per la ricerca economica e sociale con sede in Puglia ed articolazioni territoriali in Albania. L’intervento è finalizzato alla realizzazione di un Centro italo albanese in grado di sviluppare analisi e ricerche di standard internazionale sui temi dell’economia e dello sviluppo in un’ottica di cooperazione tra paesi transfrontalieri.

Francia

Francia, una politica che attrae gli investimenti

La capacità della Francia di attrarre investimenti diretti esteri non ha confronti con quella italiana e siamo solo al di là delle Alpi: secondo i dati dell’AFII Italia (l'ufficio AFII Invest in France Agency di Milano è l'unico rappresentante in tutto il territorio italiano dell'Agenzia Governativa Francese per l'attrazione degli Investimenti Internazionali, nata dall'accorpamento della storica D.A.T.A.R. Invest in France Agency con le altre strutture del network francese deputate alla promozione economica della Francia nel mondo) nel 2005 gli IDE in Francia sono raddoppiati rispetto all’anno precedente per raggiungere i 40 miliardi di euro, in particolare il bilancio 2005 degli investimenti esteri creatori d’impieghi mette in evidenza un numero di progetti realizzati in aumento del 12.4% rispetto al 2004, con un livello record di 664 progetti per oltre 33.000 impieghi creati o salvaguardati. Come viene evidenziato dal rapporto ICE-ISTAT pubblicato quest’anno “il confronto di lungo periodo tra le consistenze degli investimenti diretti esteri in entrata, negli anni 1995 e 2004, sotto il duplice profilo dei risultati quantitativi e del livello di sviluppo, evidenzia una sostanziale stabilità nelle prime tre posizioni della graduatoria, che restano occupate da paesi industriali quali Usa, Regno Unito e Francia”.

 

LA POLITICA DEGLI INVESTIMENTI - La Francia rappresenta in Europa una delle aree geografiche che storicamente hanno maggiormente sviluppato la capacità di attrazione degli investimenti internazionali: dopo la crisi registrata nel 2001 e perdurata nel 2002, negli anni 2003-2004 si è registrata una decisa ripresa con la creazione di nuovi impianti e nuovi posti di lavoro. La Francia ha la rara capacità di favorire l’insediamento di attività industriali e commerciali appartenenti a settori molto diversi tra loro: si va dall’alta tecnologia al settore manifatturiero più tradizionale, anche se, secondo i dati ICE, dopo la grande crescita del settore delle nuove tecnologie, stanno tornando in auge i settori più tradizionali, come il settore automobilistico (assemblaggio e componentistica) che resta, anche nel 2004, una delle prime fonti di creazione di posti di lavoro per gli investitori esteri in Francia. Seguono le attività di servizi, commerciali o finanziari, l’informatica, le attrezzature elettriche ed elettroniche e centri di Ricerca e Sviluppo. A proposito delle imprese che investono in ricerca e sviluppo (R&D), è stato istituito il “Crédit d’Impôt à la Recherche” (C.I.R.), credito d’imposta alla ricerca  che consiste in una riduzione d’imposta calcolata sulla base delle spese di R&D. Il C.I.R. viene portato in deduzione all’imposta sul reddito,  se dopo 3 anni non è stato utilizzato viene rimborsato. Un settore fortemente finanziato e sostenuto dal Governo ed in continua crescita è quello delle biotecnologie, con poli di eccellenza sparsi su tutto il territorio francese che raggruppano organismi pubblici e privati: il numero di brevetti depositati è in crescita del 30 % ogni anno e un terzo delle alleanze sono registrate con imprese estere. Con la creazione di 100 nuove imprese negli ultimi tre anni il settore ha registrato un raddoppio del numero delle imprese e del fatturato.

GLI INVESTIMENTI ITALIANI – Secondo i dati messi a disposizione dall’AFII il bilancio degli investimenti italiani, stabile rispetto al 2004, registra 34 progetti e 1.015 posti di lavoro, con 8 progetti nei settori aereospazio, elettronica, e telefonia, oltre a vari progetti di ampliamento di stabilimenti esistenti. L’ICE ci informa che in Francia, come del resto in Europa in genere, la maggior parte degli investimenti stranieri è d’origine europea, anche se al primo posto assoluto nella graduatoria dei maggiori investitori si trovano gli USA; l’Italia dal 2003 al 2004 è passata dal terzo all’ottavo posto. Anche le Banche Italiane hanno pensato di assistere i propri clienti imprenditori italiani in Francia, ad esempio il Gruppo Monte dei Paschi che ha propri sportelli in Francia, ma anche Banca di Roma, Banca d’Italia, Banca Intesa, BPM, Unicredit, e Medio Banca sono presenti in Francia, alcune offrono i propri servizi in partnership con banche locali. I settori in cui l’Italia investe sono quelli tradizionali quali la meccanica e la lavorazione di materie plastiche, accompagnati da settori emergenti quali le eco-industrie, l’high-tech, la logistica e l’aeronautica; le nostre imprese si stabiliscono prevalentemente nella zona Rhône-Alpes (vicina all’Italia) e nell’Ile de France.

I VANTAGGI DELL’INVESTIMENTO – L’AFII - Invest in France Agency ritiene che i vantaggi fondamentali dell'investimento in Francia siano la presenza di un ricco mercato, sia francese che per l'export nel Nord Europa; il  basso costo di fattori di produzione importanti quali per esempio elettricità, gas, terreni industriali; l'eccellente rete di trasporti; e per quanto riguarda la propria attività, la possibilità per l'investitore di venire accompagnato in tutte le fasi dell'investimento con una consulenza gratuita per individuare il miglior sito per la localizzazione del proprio progetto. Il governo francese ha studiato e messo a punto una serie di misure atte ad attrarre gli investimenti esteri: in particolare l’insediamento e lo sviluppo di iniziative economiche nelle zone prioritarie di gestione del territorio, le c.d. zone PAT (Prime d’Amenagement du Territoire), beneficiano di aiuti pubblici maggiori e tassi più favorevoli (la mappatura dei territori PAT attuale scadrà a fine 2006, sono in fase di definizione/approvazione le nuove zone). In linea generale i principali aiuti disponibili sono: il Premio di Gestione del Territorio (PAT); gli aiuti delle comunità territoriali all’investimento e all’impiego; il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FEDER); il Fondo di Sviluppo delle PMI. La somma massima degli aiuti all’investimento produttivo e alla creazione di impiego è determinata dalla localizzazione geografica dei progetti e dalla dimensione delle imprese che ne fruiscono: nelle zone PAT ad esempio essa rappresenta dall’11,5% al 23% dell’ammontare d’investimento (terreni, edifici, attrezzature produttive) per le grandi imprese e dal 21,5% al 33% per le PMI.

Turchia

Italia-Turchia: un ottimo interscambio

Il ruolo dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo si sta rivelando sempre più strategico per l’economia dell’Unione Europea, ed in special modo per l’Italia, geograficamente protesa verso l’area Medio-orientale. La Turchia è il secondo partner commerciale dell’Italia, dopo la Germania, con un volume di scambi che ha superato i 9.000 miliardi di euro e anche i dati afferenti i primi mesi del 2004 confermano il trend di crescita nell’interscambio registrato dall’ISTAT nel 2003: nei primi mesi del 2004 l’incremento delle esportazioni verso la Turchia è stato del 54,6%, anche le importazioni italiane di prodotti provenienti dalla Turchia sono aumentate, facendo registrare un incremento del 31,4%. L’economia turca ha fatto dei notevoli progressi, anche se sembra essere altalenante e risentire degli avvenimenti internazionali, come attualmente della guerra in Iraq.

 

AnkaraIL COMMERCIO ESTERO E I PAESI FORNITORI– Le attività connesse al commercio estero si sono liberalizzate a partire dagli anni 80, periodo in cui progressivamente furono eliminate le restrizioni alle importazioni, furono incentivate le esportazioni, furono ridotti i dazi doganali. Tale processo di liberalizzazione si è completato negli anni 90 con la eliminazione degli stessi incentivi alle esportazioni in contrasto con i principi del GATT e soprattutto nel 1996 con la sigla di un accordo doganale con l’Unione Europea. Tale accordo ha consentito alla Turchia di dotarsi di una legislazione doganale simile a quelle europee e ha permesso la conclusione di accordi di libero scambio con partner economici tradizioni dell’UE appartenenti all’Europa Centro-Orientale, al Nord Africa e al Vicino Oriente. Con la abolizione delle barriere tariffarie molti manufatti provenienti dei Paesi dell’Unione Europea sono entrati nel mercato turco, la cui domanda interna era stata a lungo disattesa a causa di un sistema economico altamente protezionistico (la richiesta di beni di consumo è in costante aumento a partire dagli anni ’90). Primi nella graduatoria dei fornitori della Turchia sono i Paesi europei, l’Italia, come abbiamo detto, è il secondo Paese superato soltanto dalla Germania.

I RAPPORTI COMMERCIALI CON L’ITALIA – Analizzando nello specifico le relazioni commerciali tra il  nostro Paese e la Turchia, rileva che il settore principale dell’interscambio è quello dei beni intermedi a fini industriali, come le macchine e gli apparecchi meccanici ed elettronici, i prodotti chimici, il metallo e i prodotti in metallo, i prodotti tessili e gli autoveicoli (la Fiat possiede uno delle unità produttive più grandi della propria rete estera). La Turchia, non essendo  all’avanguardia nella lavorazione dei materiali (legno, tessuti, metalli etc.), ha accresciuto negli ultimi anni la domanda di macchine per la lavorazione dei materiali che siano al passo con nuove tecnologie: l’obiettivo è la realizzazione di prodotti di livello in grado quindi di concorrere in diverse fasce di mercato. Le attrezzature e i macchinari più richiesti vanno da quelli per la lavorazione del legno, dei metalli e delle pietre e dei marmi a quelli per l’imballaggio e per la lavorazione di pelle; questi ultimi, implementati nei processi produttivi, sono in grado di migliorare la qualità dei prodotti finiti(calzature, prodotti tessili etc.) al fine renderli competitivi e collocabili anche sui mercati esteri. Infine, data l’importanza che il settore agricolo riveste ancora nel Paese (contribuendo per il 20% alla formazione del PIL ed occupando una forza lavoro pari al 30% del totale), si stanno compiendo processi di modernizzazione attraverso l’utilizzo di nuovi macchinari e l’impianto di sistemi di irrigazione, utilizzando know-how e tecnologie provenienti dall’estero (coinvolte imprese tedesche e olandesi nel progetto GAP – progetto per lo sviluppo integrato e multi-settoriale dell’Anatolia Sud-orientale che copre un vastissimo territorio che conta 11 province, la maggior parte delle quali destinatarie di incentivi).

INCENTIVI PER GLI INVESTIMENTI DIRETTI – La politica di attrazione degli investimenti esteri in Turchia è iniziata sin dalla metà degli anni ’80, ma è dal 2001 che essa ha ricevuto un forte impulso, proprio per la volontà di far passare lo sviluppo del Paese attraverso l’ingresso di nuovi capitali.La legge sugli investimenti esteri (modificata nel 1995) garantisce il libero trasferimento dei profitti, delle royalties, e del rimpatrio del capitale. Per poter effettuare un investimento in Turchia, l’investitore estero deve ottenere il permesso dall’autorità competente, la quale può concedere una serie di incentivi a  seconda della zona e del settore in cui si intende investire. L’interesse della autorità turche è anche  quello di creare il maggior numero di posti di lavoro possibile (per ogni investimento è previsto un numero minimo di assunzioni), poiché nonostante una ripresa innegabile della economia, la disoccupazione nel primo trimestre del 2004 è in aumento rispetto al trimestre precedente, colpendo in modo particolare la fascia dei giovani diplomati in aree urbane. Gli incentivi concessi possono andare dall’esenzione IVA , alla concessione di crediti a tassi agevolati per l’acquisto di macchinari o esenzione da dazi per l’importazione degli stessi, fino alle deduzioni fiscali calcolate in base all’investimento realizzato.

ZONE FRANCHE – Sempre nella direzione di accrescere la competitività dell’economia turca, di attrarre tecnologie ed investimenti esteri, la Turchia ha istituito con una legge del 1985 alcuni spazi all’interno del suo territorio che risultano essere extra-doganali (al 2001 erano 19). Le zone sono considerate tax free zones, pertanto i redditi generati al loro interno sono esenti da tassazione, possono essere trasferiti senza alcuna restrizione e non entrano a far parte dell’imponibile. All’interno delle zone franche può essere svolta qualsiasi attività economica (manifatturiera, commerciale, bancaria etc. )e non è previsto alcun limite per la quota di capitale straniero da investire nella società, che potrebbe essere detenuta anche al 100%, in ogni caso gli investimenti italiani effettuati in loco sono per la maggior parte realizzati in joint-venture con imprese turche.Per poter insediare un’unità produttiva è necessario ottenere una licenza dalle autorità competenti, tale licenza dura 10 anni per chi prende in locazione gli immobili (costruiti secondo gli standard internazionali), 20 anni per chi costruisce propri edifici, ma anche per periodi più lunghi in particolari circostanze. E’ doveroso sottolineare che un simile regime mal si concilia con le regole sulla concorrenza vigenti all’interno della Unione Europea, pertanto qualora la Turchia dovesse entrare a far parte dell’Unione Europea, tali regimi di favore dovrebbero essere smantellati, ma ciò avverrà - ha assicurato in varie occasioni il governo turco - in modo graduale in modo da consentire agli investitori di non abbandonare le aree oggi sottoposte ad un grande progetto di riqualificazione di tipo industriale.

 

Croazia

Croazia, i rapporti commerciali e di cooperazione

Dall’altra parte dell’Adriatico, la Croazia non è soltanto meta turistica privilegiata dei croceristi in viaggio nel Mediterraneo e dei giovani alla ricerca di mare e sano divertimento, ma costituisce una della chance commerciali “a corto raggio” più interessanti per le nostre imprese, anche in considerazione del fatto che la Croazia vanta lo status di Paese candidato all’ingresso nell’Unione europea e beneficia della totalità degli strumenti finanziari di pre-adesione.

DubrovnikATTRAZIONE DEGLI INVESTIMENTI ESTERI E INTERSCAMBIO  - La Croazia ha attratto nel 2006 investimenti diretti esteri per oltre 1,75 miliardi di euro (da elaborazione Informest): secondo gli ultimi dati della Banca nazionale croata, la maggior parte degli investimenti diretti esteri dal 1993 a settembre 2006 sono stati realizzati nel settore bancario, seguono il settore delle poste e delle telecomunicazioni, l'industria chimica, la produzione di prodotti petroliferi. L’Unione Europea si colloca al primo posto per volume di investimenti (in ordine Austria, Germania, Francia e Italia, dati ICE).Anche l’interscambio commerciale viene realizzato per la maggior parte del suo volume con i Paesi dell’Unione Europea: il 65,8% dell’interscambio nel primo semestre 2006 è avvenuto con i Paesi (quota aumentata rispetto al 2005). Oltre la metà degli scambi commerciali croati (I semestre 2006) si realizza soltanto con cinque Paesi: quattro - Italia, Germania, Slovenia ed Austria - appartenenti alla Unione Europea, oltre alla Russia che nel primo semestre 2006 è risultata essere il terzo partner commerciale della Croazia (posto determinato dai notevoli volumi di prodotti russi importati in Croazia).

ITALIA - CROAZIA – Dati ICE attestano che anche nel primo semestre 2006 l’Italia si è confermato il principale partner commerciale della Croazia, come negli ultimi sei anni (2000-2005); in pratica il nostro Paese è stato il suo primo fornitore ed anche il suo maggior cliente.Andando ad analizzare nello specifico la struttura dell’interscambio, vediamo che tutti i settori sono interessati: la Croazia importa dall’Italia ogni tipologia di prodotto, innanzitutto il prodotto Made in Italy è molto conosciuto ed apprezzato. Come prodotto italiano si intende non solo quello facente parte dei beni di largo consumo (come abbigliamento, calzature, prodotti per arredamento, ceramica etc.), ma anche quello appartenente al settore dei beni strumentali che occupano un peso sempre più rilevante nella composizione delle nostre esportazioni in Croazia: si pensi ai macchinari per l’edilizia, alle macchine agricole, alle macchine per la lavorazione del legno, alle apparecchiature per la lavorazione della plastica e di materiali lapidei, alle macchine per l’industria alimentare. Attraverso tali importazioni, la Croazia sta ammodernando le sue strutture produttive, rendendole quindi competitive sul piano internazionale. Per quanto riguarda invece i settori interessati dai nostri investimenti diretti in Croazia, troviamo al primo posto assoluto il settore bancario ed assicurativo, seguito, con molto distacco, dalla produzione di macchine, dall’attività turistico-alberghiere e di ristorazione, dall’edilizia, dalla produzione di prodotti tessili, da varie attività commerciali (commercio al dettaglio e/o all’ingrosso), dalla produzione di gas industriali e la distribuzione di gas ad uso domestico, al settore del legno etc.

LA DISCIPLINA DEGLI INVESTIMENTI STRANIERI – La legislazione croata sugli investimenti stranieri è stata strutturata in modo tale da non creare differenze tra investitori stranieri o locali, anzi ci sono alcune agevolazioni garantite agli investitori stranieri e non concesse ai locali (come possibilità di utilizzare immobili messi a disposizione dallo Stato, incentivi alla creazione di nuova occupazione con copertura di parziale dei costi etc.). Inoltre è previsto il libero rimpatrio dei profitti o del capitale. Le società di diritto croato possono essere le seguenti: per quanto riguarda le società di capitali, la private limited company (a responsabilità limitata - abbreviazione croata: d.o.o.), la public limited company (società per azioni, abbreviazione croata: d.d.), e la economic interest association (trattasi di una  società costituita da due o più persone fisiche o giuridiche avente lo scopo di facilitare e/o promuovere il proprio business, ma in maniera tale che la società così costituita non abbia alcun profitto per sé - abbreviazione croata GIU); per quanto concerne le società di persone, in cui i partner sono solidamente ed illimitatamente responsabili per le obbligazioni della società, abbiamo la general partnership (simile alla nostra società in nome collettivo, abbreviazione croata j.t.d.) e la limited partnership (simile alla società in accomandita semplice per quanto concerne la differenziazione nella responsabilità dei soci, abbreviazione croata: k.d.). Fonte: ICE

Israele

Vicini a Israele

Nel primo trimestre 2007 l’Italia si è collocata al quarto posto nella classifica dei Paesi fornitori di Israele (115)Israele viene identificato con il Paese in storica contrapposizione, purtroppo anche armata, con la Palestina (oltre che con altri suoi Paesi limitrofi): è raro infatti che vengano citati dai mass-media accordi commerciali o di cooperazione, piuttosto vengono forniti i dettagli degli scontri, indicate le ipotesi di tregua, citati i numerosi negoziati di pace o di recente monitorata la c.d. road-map. In realtà, Israele, politicamente sempre in fermento (per un Rapporto relativo alla guerra in Libano, il Governo Olmert era sul punto di cadere lo scorso maggio, tanto che il Likud, il partito di opposizione guidato da Benjamin Netanyahu, ha chiesto a gran voce le dimissioni del governo e le elezioni anticipate) è un Paese economicamente in grande crescita che vanta rapporti commerciali con tutto il mondo, e anche con il nostro Paese che, secondo i dati forniti dall’Istituto di Statistica Israeliano relativi al primo trimestre di quest’anno, si è collocato al quarto posto nella classifica dei Paesi fornitori, superato soltanto da Stati Uniti, Germania e Cina.

LE OPPORTUNITÀ – IL SETTORE HIGH-TECH - L’Ice ci informa che il settore c.d. dell’High Tech rappresenta il settore trainante dell’economia israeliana. Si tratta di elettronica, software, biotecnologia, settori in cui Israele ha raggiunto risultati di assoluta eccellenza sia in termini economici che di ricerca e sviluppo. Ed è proprio per valorizzare questa eccellenza che le nostre imprese in collaborazione con partner israeliani possono partecipare al bando per la raccolta di progetti congiunti di ricerca, sulla base dell'accordo di cooperazione nel campo della ricerca e dello sviluppo industriale, scientifico e tecnologico siglato tra Italia ed Israele. Il bando relativo all’accordo (già esaminato nelle pagine di questa rubrica in un articolo ad hoc) viene pubblicato ogni anno (anche nel 2007 è stato bandito) e consente alle imprese, ai centri di ricerca e alle Università di avviare in partnership con impresa/ente israeliano un progetto che possa beneficiare, ove approvato, di finanziamenti pubblici (vengono approvati circa 6 progetti per ogni bando su una media di circa 40 progetti presentati). Ritornando ad esaminare i settori maggiormente rappresentativi dell’economia israeliana troviamo oltre all'elettronica, il metallurgico, il petrolchimico e l'alimentare. I settori invece più tradizionali, come il tessile, sono stati oggetto di trasferimento nei Paesi vicini come Giordania ed Egitto. Un altro settore in cui Israele ha raggiunto l’eccellenza è quello dei diamanti, tanto da rendere il Paese il principale centro di taglio e commercializzazione di diamanti al mondo.

I RAPPORTI COMMERCIALI – Le ridotte dimensioni del mercato interno israeliano e l’assenza di materie prime al suo interno fanno sì che Israele sia un paese dedito soprattutto all’esportazione, per facilitare la quale ha concluso diversi accordi di libero scambio con numerosi Paesi: citiamo tra gli altri l’accordo di libero scambio siglato con l’Unione Europea già nel 1975, che concedeva l’esenzione tariffaria per i prodotti industriali ed agricoli su presentazione della certificazione d’origine: detto accordo è stato sostituito nel 1995 da un vero e proprio Accordo di Associazione, (entrato in vigore nel 2001), che rispetto al precedente concede ai prodotti israeliani più flessibilità in tema di certificazione d’origine (l’accordo comunque comprende  altri settori quali la libertà di movimento dei capitali, ulteriori liberalizzazioni in tema di costituzione di società, cooperazione economica in aree di reciproco interesse, cooperazione regionale nei settori industriale, agricolo, servizi finanziari, tasse, ambiente, energia, informazione e comunicazione, trasporti e turismo).

ITALIA E ISRAELE - Le nostre esportazioni verso Israele sono aumentate nel 2005, registrando una crescita del 10,8 in valori percentuali, e anche nel 2006 mantengono lo stesso trend di crescita: siamo il 4° Paese fornitore ed il 7° come Paese cliente (con un incremento nel 2005 di dieci punti percentuali delle esportazioni israeliane nel nostro Paese). La struttura settoriale dell’export italiano verso Israele conferma l’importanza dei prodotti industriali: beni strumentali, prodotti chimici e metalli di base utilizzati nei processi di produzione, plastica e gomma, automezzi, aerei, navi etc. (elaborazione ICE su fonte dell’Israel Central Bureau of Statistics). Per quanto concerne gli investimenti diretti italiani in Israele, interessati sono il settore assicurativo (con Generali, anche presente nel settore bancario), settore auto e aviazione (con Fiat e Alenia), telefonia (Telecom), tecnologia (con ST microelectronics), beni di largo consumo (Gruppo Pompea, Benetton e Luxottica). I settori di intervento, quelli che possono rappresentare e già rappresentano a dire il vero opportunità commerciali e di investimento per le nostre imprese, sono oltre quelli dell’high-tech, quello delle ferrovie che comprende le infrastrutture, materiale rotabile, sistemi di segnalazione e di elettrificazione; sistemi di sicurezza per impianti e strutture (installatori, consulenti di sicurezza, produttori di sistemi industriali etc.); turismo (a causa della crisi del mercato immobiliare israeliano, molti investitori hanno puntato al nostro Paese – Toscana in primis – acquisendo immobili, una propensione che può essere rafforzata e che può investire altre regioni, come la Puglia ad esempio).

Serbia

Serbia, incentivi agli investitori esteri

La notizia con cui il Kosovo (a maggioranza albanese e minoranza serba), provincia autonoma della Serbia sotto amministrazione delle Nazioni Unite, ha proclamato la propria indipendenza lo scorso 18 febbraio, ha fatto, com’era prevedibile, il giro del mondo, peraltro suscitando reazioni diverse, anzi opposte: se c’è chi infatti ha salutato con approvazione l’evento all’insegna del principio di autodeterminazione dei popoli, come il presidente Bush e la maggior parte degli Stati dell’Unione Europea, v’è stato anche chi, come il presidente Putin, appoggiando la posizione della Serbia e del suo Presidente Tadic, ha disapprovato l’operazione, anche in nome dei vecchi e nuovi accordi commerciali che legano il paese dello Zar al Paese balcanico. La Serbia dal canto suo è un Paese altrettanto giovane: nasce come autonomo a seguito dello scioglimento dell’Unione degli Stati di Serbia e Montenegro, sancito dalla dichiarazione di separazione del Montenegro il 3 giugno 2006, dopo che in un referendum i montenegrini si erano dichiarati a favore dell’autonomia.

BeogradINVESTIMENTI ESTERI ED INCENTIVI – In base di uno studio effettuato dalle Camere di Commercio italiane all’estero, dopo la fine dell’embargo internazionale, la Serbia ha fatto registrare un incremento degli investimenti esteri, tradottosi nell’aumento della produzione interna: il livello di crescita del Paese è il più elevato del Sud Est Europa (la media degli ultimi anni è stata del 6.8%). Grazie alla collocazione geografica le imprese europee hanno il vantaggio di poter produrre fuori dall’Unione Europea, ma di fatto al confine di quest’ultima, beneficiando dei Corridoi europei 7 e 10 che mettono in comunicazione l’Europa dell’Est con il Medio Oriente. Inoltre buone sono le possibilità di sfruttare le vie navigabili interne rappresentate dal Danubio, Tisa e Sava.La legislazione sugli investimenti immobiliari consente al cittadino straniero di acquisire in proprietà edifici immobili urbani, senza limitazioni. Per i terreni edificabili urbani vige un regime specifico in quanto la proprietà è dei Comuni (Municipalità) che rilasciano le concessioni di edificabilità ed il diritto di uso. Le aree e i terreni ad uso industriale possono essere di proprietà pubblica o privata. Quelli di proprietà pubblica possono essere acquistati attraverso aste pubbliche; quelli di proprietà privata con trattativa diretta con il proprietario. Inoltre i cittadini stranieri possono svolgere attività industriali o commerciali in forma societaria attraverso la partecipazione in esse anche al 100%. Inoltre l’agenzia serba di promozione degli investimenti (SIEPA) segnala che le opportunità di investimento sono legate al pacchetto di incentivi fiscali in vigore nel Paese, tra i quali segnaliamo: imposta sulle società al 10%, credito d’imposta riconosciuto sugli investimenti in beni immobili e strumentali fino all’80% del valore dell’investimento; incentivi per la creazione di nuovi posti di lavoro etc. Il costo del lavoro permane uno dei punti di forza del Paese: nel 2005 il costo del lavoro era più competitivo rispetto a Polonia, Ungheria, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia. Sono state semplificate le procedure per la costituzione delle società, in 10 giorni si può registrare una nuova attività. Esistono inoltre delle aree di libero scambio (Free trade zone) in cui i beni importati non sono soggetti ad IVA, si possono trasferire i profitti realizzati sia in Serbia che all’estero senza nessuna limitazione, inoltre i beni realizzati con il 50% di componeneti locali non sono sottoposti a dazi doganali in ingresso nel resto del Paese.

Brasile

Il Brasile è il Paese che attira maggiormente gli investimenti esteri stranieri –IDE - rispetto agli altri Paesi dell’America Latina e dell’area caraibica (si stima circa il 40% degli IDE che interessano l’area, in larga parte provenienti da Paesi europei, oltre che, come è facile immaginare, dagli USA) La ragione di questa affluenza estera massiccia risiede principalmente nel fatto che il Brasile, nel corso degli anni ‘90, per cercare di essere al passo con sviluppo tecnologico internazionale e per affrontare in modo adeguato la concorrenza dei mercati esteri, ha operato importanti trasformazioni, attuando un corposo processo di privatizzazioni che hanno interessato settori strategici dell’economia (come quello delle telecomunicazioni, siderurgico, minerario, trasporti etc.), ed ha pertanto attirato società estere che hanno saputo sfruttare il “terreno vergine” che si offriva loro(Es. Telecom Italia, Ford, etc). Inoltre, il Brasile, forte delle risorse naturali a disposizione, ha saputo delineare un sistema di incentivi ed agevolazioni per gli investitori esteri, creando delle vere proprie zone privilegiate (si pensi allo stato di Minas Gerais). Da ultimo, non certo per importanza, il merito della ritrovata fiducia nel Brasile va rintracciata nel cambio del vertice del governo brasiliano avvenuto con la vittoria di Luis Inacio Lula da Silva; nel 2003 la bilancia commerciale ha fatto registrare un saldo attivo di 24 miliardi di dollari, con una crescita dell’89% rispetto al 2002, le esportazioni sono cresciute del 21% e l’inflazione è calata.

San Paolo

L’ECONOMIA BRASILIANA– Già dall’inizio del 2001 gli operatori economici avevano compreso che l’economia brasiliana aveva inaugurato una fase di sviluppo stabile, sicuramente lontana dalle incertezze che avrebbero di lì a poco travolto il sistema economico della vicina Argentina (finita poi come sappiamo in bancarotta finanziaria); l’analisi era fondata sulla considerazione che il Brasile aveva prediletto l’attrazione degli investimenti produttivi esteri,limitando l’afflusso di denaro a fini speculativi, al fine di consentire il passaggio da una economia prettamente rurale ad una industriale e che puntasse sul settore terziario. Gli effetti di tale scelta si vedono nel mutamento delle esportazioni: se in passato esse erano costituite in prevalenza da prodotti primari e dell’agricoltura, da un decennio a questa parte, invece, sono costituite da prodotti industrializzati (automobili, componentistica meccanica etc.,negli ultimi anni sono in aumento anche le esportazione manifatturiere).Di pari passo allo sviluppo economico si muove il sistema legislativo federale che, nel corso degli anni ‘90, ha visto l’entrata in vigore di numerose leggi rivolte a disciplinare  settori totalmente sprovvisti di regolamentazione o lacunosi; chiari esempi sono la legge antitrust, quella sul franchising, sulla proprietà intellettuale, quella a difesa dei consumatori, quella ambientale etc.

I SETTORI INTERESSATI DAGLI IDE – I Paesi che hanno maggiormente investito direttamente in Brasile negli ultimi anni sono Spagna, USA, Portogallo, Germania e Italia, e v’è da sottolineare che la parte più consistente di tali investimenti è stata destinata all’acquisto di attività liberalizzate a seguito delle privatizzazioni innanzi citate. Ciò si desume, infatti, da un’analisi degli IDE nell’anno 2001: essi sono concentrati per il 70% nel settore dei servizi (elettricità, acqua, gas, telecomunicazioni, commercio e servizi finanziari), per il 25% nel settore industriale e manifatturiero e per la restante percentuale nel settore primario (agricoltura e minerario)..

I RAPPORTI CON L’ITALIA – Il Brasile è uno dei partner commerciali più importanti del nostro Paese, tanto da aver superato dal 1999 l’Argentina, che è stata a lungo il primo partner commerciale dell’Italia in quell’area. Oggi figura, unico Paese del Sud America, tra i primi venti partner commerciali dell’Italia. Il Brasile rappresenta sicuramente un buon mercato di approvvigionamento, le principali voci dell’export brasiliano verso l’Italia indicano un costante incremento per il settore minerario (si pensi ai marmi e graniti esportati in Italia per processi i seconda lavorazione e finitura); per il settore del cuoio e dei prodotti in cuoio che ha registrato un considerevole aumento negli anni scorsi (anche +90%); per il settore del tabacco, delle bevande e dei prodotti alimentari. Il Brasile costituisce inoltre un mercato di produzione, ovvero un Paese in cui, per imprese operanti in determinati settori, può risultare vantaggioso de-localizzare tutta o in parte la produzione industriale, considerata la presenza sia di materie prime ( quali il legno, le pelli etc.) e che di manodopera a costi di gran lunga inferiori a quelli normalmente praticati nei Paesi industrializzati ( si pensi che lo stipendio mensile base di un operaio non specializzato è di circa 100 euro).Ma non bisogna dimenticare che il Brasile rappresenta un potenziale mercato di sbocco, in quanto vi abitano 170 milioni di persone che, dai risultati emersi da una recente ricerca, mostrano una forte propensione al consumo, aperture alle novità e ai prodotti stranieri; a quest’ultimo proposito per il Made in Italy sarebbe un mercato interessante, considerando sia la forte presenza di oriundi italiani (20 milioni di persone)che un sistema distributivo all’ingrosso alquanto efficiente che consente un ingresso facilitato dei prodotti nel mercato interno.