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Lo Studio Chianura, composto da Avvocati e Dottori Commercialisti, assiste prevalentemente le imprese e i gruppi di imprese, nella gestione delle problematiche fiscali e societarie fornendo adeguata assistenza professionale anche in operazioni di carattere straordinario come fusioni, scissioni, acquisizioni, cessione di azioni e quote, riorganizzazioni societarie, pianificazione fiscale internazionale.

Lo studio inoltre è specializzato nel settore della finanza agevolata assistendo enti e imprese nella pianificazione e nello sviluppo di progetti imprenditoriali finalizzati all’ottenimento di contributi finanziari disposti da norme nazionali e comunitarie

Lo studio Chianura garantisce assistenza legale globale in ambito nazionale e internazionale alle imprese, agli enti pubblici, così come ai privati.  Il nostro studio offre un approccio specializzato in diverse aree legali, in particolare nell’area del diritto industriale, del diritto commerciale e della  contrattualistica interna ed internazionale. Tale copertura è garantita sia con la competenza dei professionisti presenti nello studio in modo continuativo, sia attraverso accordi continuativi  di collaborazione  con professionisti  italiani ed esteri.

Inoltre lo Studio nel suo complesso ha implementato operazioni di de-localizzazione delle produzioni all’estero, consistenti nell’attivazione di impianti di produzione all’estero o a vere e proprie entità estere autonome,  analizzando e fornendo assistenza su tutti gli aspetti dell’investimento, da quelli finanziari, agevolativi, fiscali, valutari, a quelli legali, previdenziali e societari.

Infine lo studio è in grado di assistere, in tutte le fasi, le imprese estere che vogliano investire in Italia – Puglia, Campania, Calabria e Sicilia rientrano nell’area Obiettivo 1 sino al 2013 - fornendo loro consulenza relativa alla legislazione italiana e agli strumenti agevolativi all’uopo utilizzabili.

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Australia

Raddoppiate le esportazioni italiane in Australia in 10 anni

A trainare le importazioni dei nostri prodotti in Austrialia nei decenni passati è stata indubbiamente la forte presenza di emigrati del nostro Paese che hanno costruito la propria fortuna dall’altro capo del mondo in anni in cui l’emigrazione costituiva l’unica via di salvezza per molti connazionali. Gli esperti considerano adesso questo fenomeno pressoché esaurito:  quello che spinge ad acquistare i prodotti del Made in Italy sarebbe proprio la loro qualità intrinseca ed il fascino che essi esercitano su milioni di consumatori nel mondo, oltre, nel caso specifico dell’Australia, alla forte espansione economica e alla crescita che consumi privati che ha fatto raddoppiare nell’ultimo decennio le esportazioni italiane nel Paese. Un fenomeno comunque degno di nota, ci informa l’ICE, è il processo di sostituzione delle importazioni nostrane con beni prodotti in Australia: imprenditori di origine italiana producono localmente, utilizzando marchi e nomi italiani, prodotti quali mobili, materiali da costruzione, prodotti alimentari (olio, vino, pasta, prosciutti e formaggi) etc, anche se tutto questo avviene con un indubbio collegamento con l’Italia dalla quale vengono comunque forniti beni strumentali, prodotti semilavorati e componentistica.

SidneyINTERSCAMBIO COMMERCIALE - PROSPETTIVE – Conseguenza del fenomeno descritto innanzi è il cambiamento della tipologia dei prodotti italiani esportati in Australia: mentre in passato le esportazioni italiane verso l’Australia erano concentrate in prodotti tipici del “Made in Italy” quali beni alimentari e bevande alcoliche (il vino in particolare), moda ed accessori (scarpe, borse etc.), nonché arredamento e interni (ceramica, marmi e graniti), oggi oggetto di importazione sono i beni strumentali, come ad esempio: macchinari, macchine elettriche, mezzi di trasporto e movimentazione. In considerazione di ciò, attualmente le principali opportunità di penetrazione, per il sistema commerciale italiano, vanno ricercate in alcuni “nuovi” settori, quali ad esempio: medicinali e prodotti farmaceutici (inclusi i farmaceutici veterinari); materiali di costruzione; macchinari ed attrezzature mediche e dentistiche; macchinari ed attrezzature per l’agricoltura (olio, vino); macchine utensili (in particolar modo meccano-tessile, lavorazione metalli e lavorazione vetro); tecnologie e servizi ambientali;attrezzature per l’irrigazione; tecnologie per la produzione di energia alternativa; biotecnologie; attrezzature e forniture turistico –alberghiere; arredo-casa; industria della refrigerazione e logistica.IDE - L’Australia favorisce gli investimenti stranieri, particolarmente nei settori manufatturieri e ad alto contenuto tecnologico (il sistema universitario australiano e la ricerca scientifica attuata sono di eccellenza). I maggiori paesi investitori sono stati gli Stati Uniti, la Svizzera, la Cina, il Regno Unito e la Germania. Il nostro Paese, vista la enorme distanza geografica e la tendenza (pigrizia?) dei nostri imprenditori a non prediligere mete lontane, non annovera molti investimenti diretti, anche se è importante evidenziare che la scelta di effettuare IDE in Australia per molte società americane ed europee è determinata dal fatto che il Paese rappresenta un’opportunità da un punto di vista strategico ed economico per la vicinanza dei mercati asiatici, oltre ad avere una forza lavoro flessibile e qualificata che, insieme al buon sistema di telecomunicazioni e ad un’alta qualità della vita, la rendono un territorio estremamente interessante per l’insediamento di funzioni direttive di molte società straniere.

Sud Africa

L'Italia e il Sud Africa più vicine 

Il Sudfrica è in grande fermento per l’evento di portata planetaria (o almeno considerato tale dalla stragrande maggioranza) che ospiterà nel 2010: la diciannovesima edizione dei campionati mondiali di calcio. Sappiamo benissimo che il Paese che viene scelto per ospitare manifestazioni di tale portata coglie la preziosa occasione per rilanciare la propria immagine su scala mondiale, per aumentare i contatti commerciali con Paesi di tutto il mondo e stimolare di conseguenza la crescita produttiva. Insomma l’evento sportivo (così come le olimpiadi, si vedano i preparativi in Cina per il 2008) diventa un’ottima vetrina per presentare le risorse e le potenzialità del Paese in questione, vetrina da osservare attentamente per comprendere se vi sono opportunità per le imprese di tutto il mondo, e l’Italia non è da meno, in quanto proprio qualche settimana fa si è conclusa la visita in Sudafrica del nostro sottosegretario al Commercio Internazionale con delega ai paesi africani, Mauro Agostani, alla  guida di una delegazione che ha visto insieme i rappresentanti di Ice, Sace, Simest e Confindustria anche in previsione di una missione programmata per luglio e che coinvolgerà un centinaio di aziende italiane, secondo quanto dichiarato dal Ministero del Commercio Internazionale in un comunicato del 12 marzo.  

JohannesburgLE OPPORTUNITÀ – Come ha dichiarato il sottosegretario "il Sud Africa è un paese che ha offerto in questi anni agli investitori stranieri stabilità politica e economica… ha grandi aziende nel settore estrattivo, petrolifero e automobilistico ma allo stesso tempo sono poco presenti le piccole e medie imprese che potrebbero avere grandi opportunità grazie soprattutto alla disponibilità di materie prime e alla manodopera qualificata. In particolare nel campo tessile, nella componentistica auto ma anche nel settore orafo e nell’impiantistica". Ed in vista dei campionati di calcio nel 2010, l’Italia è pronta ad offrire le proprie competenze ed il proprio know-how. Si pensi che in vista dell’evento sportivo il governo ha stanziato oltre 40 miliardi di euro per ammodernamento e creazione di infrastrutture (strade, aeroporti, sistema di trasporti in genere, oltre naturalmente agli stadi e ai campi sportivi). Ci informa l’ICE che, dai dati di interscambio del Sud Africa, relativi all'anno 2006 emerge una sensibile accelerazione dell'import di merci italiane. Nel 2006, le importazioni del Sud Africa dal mondo sono aumentate del 32,4% rispetto al 2005, mentre le importazioni dall'Italia hanno fatto registrare un incremento del 34,3%, rispetto al 2005. Pertanto l'Italia ha consolidato la nona posizione occupata nella graduatoria dei paesi fornitori del Sud Africa, con una quota di mercato che è quindi leggermente migliorata (è stata del 3% nel 2006).

RAPPORTI COMMERCIALI ITALIA - SUDAFRICA – IDE - Per quanto riguarda il nostro export, l’Italia esporta prevalentemente macchine utensili industriali, sia specializzate che per impieghi generali, macchine e apparecchi meccanici, elettrodomestici, apparecchiature di telecomunicazione (in forte aumento), prodotti farmaceutici, macchine utensili, prodotti chimici di base, autoveicoli e loro parti, macchinari ed attrezzature per l’agricoltura (in calo); in leggera flessione è anche il nostro export di autovetture, condizionato anche dalla forte concorrenza. Sul versante delle importazioni dell’Italia dal Sud Africa, la parte più consistente è rappresentata dai c.d. metalli non ferrosi (fra cui i metalli preziosi, oro e argento, ma anche l’alluminio), seguiti da prodotti minerari, prodotti della siderurgia e della filiera agro-alimentare. Se fino al 1998, il Sud Africa non è stato Paese obiettivo per i nostri insediamenti produttivi, dopo quella data si è scoperta da parte dei grandi gruppi industriali italiani (Fiat, Magneti Marelli, Luxottica etc.)l’importanza di avere proprie sedi produttive in uno dei luoghi più ricchi di materie prime e in un Paese che in molti settori rispetta gli standard europei, nei servizi, nelle infrastrutture, per il mondo degli affari (la borsa di Johannesburg è tra le 15 più importanti del mondo, quattro banche sudafricane sono tra le prime 500 del mondo, etc.). Inoltre il “terreno fertile” per gli insediamenti produttivi è dato dall’importanza che il Paese ha riservato agli investimenti esteri per lo sviluppo del proprio territorio, quindi via libera all’ingresso di capitali stranieri, con principio di parità di trattamento tra investitori esteri e locali, vige inoltre la libera trasferibilità all’estero di profitti e capitali, è stato stipulato con il nostro Paese un trattato contro le doppie imposizioni. Inoltre esiste la possibilità di insediare le proprie attività in alcune zone che beneficiano di agevolazioni, come ad esempio le zone di sviluppo industriale (che si trovano nei pressi di aeroporti, porti e principali vie di comunicazione), oppure è consentito investire in ben individuate aree del paese destinatarie di interventi finalizzati alla realizzazione di infrastrutture, di poli industriali ed agro-turistici.

ACCORDO UE-SUD AFRICA - Con l’avvenuta ratifica da parte di tutti gli Stati membri dell’UE, il TDCA (Trade, Development and Cooperation Agreement) è entrato in vigore nel 2004 (ma la firma era del 2000). Ma di cosa si tratta? E’ un accordo commerciale e di sviluppo che ha come obiettivo (da realizzare entro i prossimi 10-12 anni) la creazione di una zona di libero scambio tra l’UE ed il Sud Africa. L’accordo in questione quindi è un accordo di libero scambio (Free Trade Agreement), in cui l’entità e la dimensione della liberalizzazione tariffaria sono davvero ampie ed investono settori così numerosi e talvolta sensibili, incluso quello agricolo. Entro quindi 10-12 anni ben il 95% delle esportazioni sudafricane e l’86% di quelle dell’Unione Europea saranno completamente liberalizzate. E’ stato anche firmato un accordo in materia di vini ed alcolici nel 2001, accordo raggiunto dopo negoziati lunghi e difficili su una materia verso la quale anche l’Italia, grande produttore e esportatore di vini, ha un evidente interesse.

 

Marocco

Marocco: Opportunità commerciali e investimenti

Il Marocco è uno dei dieci Paesi del bacino del Mediterraneo facente parte del partnerariato Euro-Mediterraneo istituito a Barcellona nel 1995, quindi costituisce già un Paese target e preferenziale per sviluppo commerciale e l’integrazione culturale dell’Unione Europea nell’area, senza considerare che il nostro Ministero del Commercio Internazionale inserisce proprio l’Africa Mediterranea tra le zone su cui occorre incrementare le iniziative di promozione. Ci soffermiamo sulle opportunità commerciali, anche in considerazione dei dati positivi dell’economia marocchina in ascesa costante dal 2001 (crescita che si attesta su valori medi del 5,4%) e segnaliamo una missione imprenditoriale organizzata da Promec, Azienda speciale della Camera di Commercio di Modena, insieme a Promos, Azienda speciale della Camera di Commercio di Milano con il patrocinio del sistema camerale italiano, che si terrà dal 2 al 4 marzo 2008 a Casablanca, confermando il vivo interesse verso questo Paese che ha condotto diverse Camere di Commercio italiane ad insediare nel 2005 uno “Sportello-Italia” proprio a Casablanca, dinamico centro d’affari, per favorire l’internazionalizzazione delle nostre imprese.

RabatPARNTNER COMMERCIALI E SETTORI DI INTERESSE – I principali partner commerciali del Marocco sono i Paesi dell’Unione Europea che coprono circa la metà delle importazioni del Marocco, acquistando circa i tre quarti delle sue esportazioni. Tra i paesi fornitori, anche per legami storici (e affinità linguistica) primeggia la Francia, per prossimità geografica la Spagna, seguiti dall’Italia, che ha visto crescere le proprie esportazioni in Marocco del 18% nel primo semestre 2007, superando rispetto al 2006 l’Arabia Saudita. Tra i Paesi clienti l’Italia si posiziona quarta preceduta da Francia, Spagna e Gran Bretagna. Si è registrato un incremento del settore tessile che si conferma al primo posto nelle nostre vendite, seguito dai macchinari. Anche per quanto riguarda le nostre importazioni di prodotti del tessile/ abbigliamento si è registrato un incremento: il settore tessile non sconta in maniera rilevante la concorrenza asiatica visto che in linea di massima le produzioni sono di livello più elevato e la maggiore “minaccia”, fino a qualche tempo fa rappresentata dalla Romania, ha perso il suo potenziale dato che l’ingresso nell’UE ha prodotto nel Paese l’incremento inevitabile dei prezzi del tessile, pertanto il Marocco riesce a mantenere la sua competitività nel settore in ambito internazionale. Al secondo posto nelle nostre importazioni, con un incremento del 16%, troviamo il pesce congelato e trasformato, a conferma di un trend positivo e di un settore molto interessante, anche per investimenti diretti.

IDE – Anche se siamo l’ottavo Paese investitore, i motivi per incrementare gli investimenti sono numerosi: notevole è l’interesse nei confronti di taluni modelli italiani quali ad esempio i distretti industriali, come pure verso i nostri settori di punta (agro-industria, pelletteria, prodotti del mare etc.); inoltre sarebbe opportuno beneficiare del processo di privatizzazioni che il Governo marocchino sta realizzando nel campo dell’agricoltura, dell’energia, dell’aeronautica, del trasporto ferroviario, delle telecomunicazioni, dell’ambiente;  vi sono preziosi varchi di ingresso anche nel settore dell’edilizia, specie in quella abitativa e del settore del turismo (uno dei più rilevanti in Marocco). Oltre a ciò si aggiungono i benefici dell’Area di Libero Scambio Marocco-USA, nonché con la creazione della Free Zone di Tangeri (si veda a quest’ultimo proposito articolo del 4.12.2006). Fonte: ICE

 

Francia

Francia, una politica che attrae gli investimenti

La capacità della Francia di attrarre investimenti diretti esteri non ha confronti con quella italiana e siamo solo al di là delle Alpi: secondo i dati dell’AFII Italia (l'ufficio AFII Invest in France Agency di Milano è l'unico rappresentante in tutto il territorio italiano dell'Agenzia Governativa Francese per l'attrazione degli Investimenti Internazionali, nata dall'accorpamento della storica D.A.T.A.R. Invest in France Agency con le altre strutture del network francese deputate alla promozione economica della Francia nel mondo) nel 2005 gli IDE in Francia sono raddoppiati rispetto all’anno precedente per raggiungere i 40 miliardi di euro, in particolare il bilancio 2005 degli investimenti esteri creatori d’impieghi mette in evidenza un numero di progetti realizzati in aumento del 12.4% rispetto al 2004, con un livello record di 664 progetti per oltre 33.000 impieghi creati o salvaguardati. Come viene evidenziato dal rapporto ICE-ISTAT pubblicato quest’anno “il confronto di lungo periodo tra le consistenze degli investimenti diretti esteri in entrata, negli anni 1995 e 2004, sotto il duplice profilo dei risultati quantitativi e del livello di sviluppo, evidenzia una sostanziale stabilità nelle prime tre posizioni della graduatoria, che restano occupate da paesi industriali quali Usa, Regno Unito e Francia”.

 

LA POLITICA DEGLI INVESTIMENTI - La Francia rappresenta in Europa una delle aree geografiche che storicamente hanno maggiormente sviluppato la capacità di attrazione degli investimenti internazionali: dopo la crisi registrata nel 2001 e perdurata nel 2002, negli anni 2003-2004 si è registrata una decisa ripresa con la creazione di nuovi impianti e nuovi posti di lavoro. La Francia ha la rara capacità di favorire l’insediamento di attività industriali e commerciali appartenenti a settori molto diversi tra loro: si va dall’alta tecnologia al settore manifatturiero più tradizionale, anche se, secondo i dati ICE, dopo la grande crescita del settore delle nuove tecnologie, stanno tornando in auge i settori più tradizionali, come il settore automobilistico (assemblaggio e componentistica) che resta, anche nel 2004, una delle prime fonti di creazione di posti di lavoro per gli investitori esteri in Francia. Seguono le attività di servizi, commerciali o finanziari, l’informatica, le attrezzature elettriche ed elettroniche e centri di Ricerca e Sviluppo. A proposito delle imprese che investono in ricerca e sviluppo (R&D), è stato istituito il “Crédit d’Impôt à la Recherche” (C.I.R.), credito d’imposta alla ricerca  che consiste in una riduzione d’imposta calcolata sulla base delle spese di R&D. Il C.I.R. viene portato in deduzione all’imposta sul reddito,  se dopo 3 anni non è stato utilizzato viene rimborsato. Un settore fortemente finanziato e sostenuto dal Governo ed in continua crescita è quello delle biotecnologie, con poli di eccellenza sparsi su tutto il territorio francese che raggruppano organismi pubblici e privati: il numero di brevetti depositati è in crescita del 30 % ogni anno e un terzo delle alleanze sono registrate con imprese estere. Con la creazione di 100 nuove imprese negli ultimi tre anni il settore ha registrato un raddoppio del numero delle imprese e del fatturato.

GLI INVESTIMENTI ITALIANI – Secondo i dati messi a disposizione dall’AFII il bilancio degli investimenti italiani, stabile rispetto al 2004, registra 34 progetti e 1.015 posti di lavoro, con 8 progetti nei settori aereospazio, elettronica, e telefonia, oltre a vari progetti di ampliamento di stabilimenti esistenti. L’ICE ci informa che in Francia, come del resto in Europa in genere, la maggior parte degli investimenti stranieri è d’origine europea, anche se al primo posto assoluto nella graduatoria dei maggiori investitori si trovano gli USA; l’Italia dal 2003 al 2004 è passata dal terzo all’ottavo posto. Anche le Banche Italiane hanno pensato di assistere i propri clienti imprenditori italiani in Francia, ad esempio il Gruppo Monte dei Paschi che ha propri sportelli in Francia, ma anche Banca di Roma, Banca d’Italia, Banca Intesa, BPM, Unicredit, e Medio Banca sono presenti in Francia, alcune offrono i propri servizi in partnership con banche locali. I settori in cui l’Italia investe sono quelli tradizionali quali la meccanica e la lavorazione di materie plastiche, accompagnati da settori emergenti quali le eco-industrie, l’high-tech, la logistica e l’aeronautica; le nostre imprese si stabiliscono prevalentemente nella zona Rhône-Alpes (vicina all’Italia) e nell’Ile de France.

I VANTAGGI DELL’INVESTIMENTO – L’AFII - Invest in France Agency ritiene che i vantaggi fondamentali dell'investimento in Francia siano la presenza di un ricco mercato, sia francese che per l'export nel Nord Europa; il  basso costo di fattori di produzione importanti quali per esempio elettricità, gas, terreni industriali; l'eccellente rete di trasporti; e per quanto riguarda la propria attività, la possibilità per l'investitore di venire accompagnato in tutte le fasi dell'investimento con una consulenza gratuita per individuare il miglior sito per la localizzazione del proprio progetto. Il governo francese ha studiato e messo a punto una serie di misure atte ad attrarre gli investimenti esteri: in particolare l’insediamento e lo sviluppo di iniziative economiche nelle zone prioritarie di gestione del territorio, le c.d. zone PAT (Prime d’Amenagement du Territoire), beneficiano di aiuti pubblici maggiori e tassi più favorevoli (la mappatura dei territori PAT attuale scadrà a fine 2006, sono in fase di definizione/approvazione le nuove zone). In linea generale i principali aiuti disponibili sono: il Premio di Gestione del Territorio (PAT); gli aiuti delle comunità territoriali all’investimento e all’impiego; il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FEDER); il Fondo di Sviluppo delle PMI. La somma massima degli aiuti all’investimento produttivo e alla creazione di impiego è determinata dalla localizzazione geografica dei progetti e dalla dimensione delle imprese che ne fruiscono: nelle zone PAT ad esempio essa rappresenta dall’11,5% al 23% dell’ammontare d’investimento (terreni, edifici, attrezzature produttive) per le grandi imprese e dal 21,5% al 33% per le PMI.

Giordania

Rebuild Iraq: in Giordania la fiera più importante

Anche quest’anno si tiene l’evento fieristico più importante a livello mondiale per gli operatori internazionali interessati a partecipare alla ricostruzione dell’Iraq:

PROJECT REBUILD IRAQ 2008. La fiera che si svolgerà ad Amman in Giordania dal 5 all’8 maggio 2008 è giunta alla sua quinta edizione e ha ottenuto la certificazione di qualità da parte dell’UFI, l’Unione Fiere Internazionali che assegna agli eventi fieristici che si distinguono per le loro caratteristiche di qualità un vero e proprio marchio internazionale (è la prima certificazione di tal genere in Giordania). La scelta della Giordania come localizzazione di una fiera sulla ricostruzione in Iraq non è stata determinata solo dalla vicinanza geografica con quest’ultimo, ma anche da diversi altri fattori: sicurezza (elemento fondamentale nell’area), stabilità del governo locale che vanta ottimi rapporti con il governo iracheno, presenza di buone infrastrutture, facilità di accesso per gli stranieri, presenza di numerosi imprenditori iracheni ed esteri etc. L’occasione di partecipare alla fiera è offerta alle nostre imprese dal nostro Istituto per il commercio estero - ICE - che ha organizzato all’uopo una collettiva italiana, con invito rivolto a tutti quegli operatori che operano nei seguenti settori: costruzioni civili, energia elettrica, strade e ponti, aeroporti e porti, telecomunicazioni, impianti idrici, sanità, agricoltura, beni di consumo durevoli, di largo consumo (casalinghi, cosmetici, prodotti elettrici ed elettronici, tessili, tessili, calzature, prodotti in pelle, alimentari etc.) etc.

I SETTORI DI INTERVENTO – Come dicevamo l’Iraq in questa fase necessita di interventi in ogni settore, anche in quello agricolo: nonostante l’enorme estensione di terre a disposizione e la presenza di risorse idriche, sotto la vigenza del programma delle Nazioni Unite Oil for food (Petrolio in cambio di cibo) l’Iraq ha importato grandi quantità di grano, carni, pollame, e prodotti caseari. Si contano 2.500 progetti che partiranno a breve nei settori più diversi. Chiaramente il settore maggiormente interessante è quello dell’edilizia: dovendosi ricostruire la gran parte delle infrastrutture (porti, aeroporti, ponti etc.) o modernizzare le rimanenti, nonché costruire abitazioni civili e uffici, le imprese che operano nel settore dei materiali per l’edilizia (ad esempio ceramiche, sanitari, marmi, graniti) così come forniture di ogni tipo per abitazioni e uffici (si pensi agli impianti idrici, di riscaldamento e di aria condizionata) nonché le imprese di costruzioni, oltre agli ingegneri civili, potranno avere un ruolo di tutto rilievo in Iraq, sempre che siano all’altezza di competere con operatori provenienti da tutti il mondo. Ma, come dicevamo, ottime prospettive ci saranno anche per settori come l’energia elettrica o le telecomunicazioni con le reti da ricostruire, oppure il settore della sanità (oltre alla costruzione di strutture moderne, ci sarà necessità di fornitura di apparecchiature elettromedicali per l’allestimento ex novo di intere unità operative, etc. ). E’ fatto noto che per gli appalti pubblici sembrano essere particolarmente favoriti i Paesi che hanno dato supporto  alle operazioni militari tese al rovesciamento del regime di Saddam Hussein...

PARTECIPAZIONE ALLA FIERA – Nel 2007 la Fiera ha registrato la presenza 754 espositori da 39 Paesi e l’arrivo di oltre 8,000 visitatori (di cui oltre 2,000 provenienti dall’Iraq), oltre il 70% degli espositori ha riconfermato la propria presenza quest’anno. Come dicevamo l’ICE ha organizzato una collettiva italiana per la quale le adesioni scadono il 7 marzo prossimo: è prevista la sistemazione in un area di 400 mq all’interno del polo fieristico, ove ciascuna azienda potrà prenotare il suo spazio in misura non inferiore ai 12 mq inviando apposita domanda all’ICE area progetti speciali.

 

Cuba

Cuba "attrae" i paesi dell'Unione Europea

La capacità competitiva delle imprese che operano in un medesimo settore industriale dipende in gran parte dalla valorizzazione che esse riescono a dare al patrimonio immateriale dell’impresa, costituto da marchi registrati, brevetti , know-how e tutto l’insieme di conoscenze che l’impresa ha acquisito non solo per la produzione ma anche per la commercializzazione dei prodotti. Tuttavia, in molti casi, la configurazione di una struttura interna all’azienda dedicata alle attività di ricerca e sviluppo e l’impiego in essa di risorse non trovano spazio nelle piccole e medie realtà imprenditoriali, le quali, però, possono avvalersi, per accrescere la propria competitività, di conoscenze e tecniche appartenenti ad altri, attraverso appositi accordi.Ecco che si prospetta per le PMI la possibilità di utilizzare le tecnologie e i marchi di imprese di dimensioni maggiori o che vantano notorietà sul mercato mondiale (il c.d. licensing in e il merchandising). Le PMI possono, inoltre, per sviluppare il proprio patrimonio tecnologico, stipulare accordi con altra impresa al fine di svolgere in partnership le attività di ricerca mediante l’utilizzo delle proprie capacità tecniche che diventano quindi patrimonio comune. Di converso, accade che le grandi imprese nazionali ed estere possano avvalersi anche di PMI per conquistare nuovi mercati e per aprirsi a settori diversi; ma non è raro che anche le PMI concedano in licenza all’estero, specie nei Paesi in via di sviluppo (PVS), pacchetti tecnologici per la produzione di prodotti che si è deciso di non fabbricare più nel territorio nazionale (licensing out)).

CubaIL CONTRATTO DI LICENZA – Nella prassi del commercio internazionale si usa definire un contratto di licenza un accordo ove un soggetto giuridico, il licenziante, in cambio di un corrispettivo, concede all’altra parte, detta licenziatario, di sfruttare determinati diritti di proprietà industriale di cui è titolare (come brevetti, marchi, modelli etc.) oppure di utilizzare determinate tecnologie sviluppate dal licenziante che, seppur non coperte da diritti di privativa industriale, formano nel loro complesso un patrimonio di conoscenze non facilmente accessibili dal pubblico (si intende il know-how). Possono aversi contratti di licenza puri, per mezzo dei quali viene concesso il diritto di sfruttamento del brevetto o del marchio o del know-how, oppure contratti di licenza misti, in cui il trasferimento della tecnologia avviene sotto forma di pacchetto (package licence agreements), ovvero accanto alla licenza del brevetto si offre anche il know-how, l’assistenza tecnica e il training  necessari alla corretta implementazione del processo produttivo che porterà alla realizzazione del prodotto da commercializzare.

LA DISCIPLINA  - La disciplina degli accordi di trasferimento di tecnologia in ambito comunitario (licenza di brevetto, know-how, diritti d’autore sul software, etc.) è mutata di recente: è entrato in vigore, infatti, lo scorso 1°maggio il regolamento CE 772/2004 che, abrogando e sostituendo il precedente regolamento CE n.240/96, troverà applicazione sino al 30 aprile 2014. Il regolamento, in applicazione e specificazione, come il precedente, della disciplina antitrust (art. 81 del Trattato CE), ha provveduto a semplificare il sistema, individuando soltanto le clausole che non possono figurare nei suddetti accordi (contenute nella c.d. “lista nera”), per cui ciò che non è espressamente escluso si ritiene ammesso.A livello internazionale questi accordi, nella maggior parte dei casi conclusi tra imprese appartenenti a Paesi industrializzati, come l’Italia, in qualità di licenzianti, e imprese appartenenti a Paesi in via di sviluppo ( Brasile, Argentina, India etc.), in qualità di licenziatarie, sono spesso soggetti a restrizioni disposte dalle leggi di questi ultimi, che a tutela delle imprese locali, sottopongono gli accordi ad un controllo preventivo attraverso il loro deposito presso l’autorità designata, al fine di impedire che vengano stipulate clausole che si ritengono lesive della capacità di sviluppo delle proprie imprese (non è vista favorevolmente, ad esempio, la clausola che impone l’obbligo per il licenziatario di assumere solo personale del licenziante con il connesso divieto di assumere personale del posto per lo svolgimento di determinate mansioni). La ragione delle limitazioni è facilmente intuibile: il PVS vuole che le conoscenze trasferite diventino patrimonio della impresa e della economia del Paese in generale, tanto da dichiarare in alcuni casi illecite le clausole che impongono al licenziatario di non utilizzare in modo assoluto la tecnologia allo scadere dei contratti.

ASPETTI SALIENTI DEI CONTRATTI -  Come per ogni tipologia di contratto internazionale l’esame degli “interessi” in gioco va effettuato caso per caso, tanto più la considerazione vale in questo ambito in cui spesso vengono concessi in licenza pacchetto omnicomprensivi (know-how, brevetti etc.), per cui in contratto devono essere elencate, in modo chiaro ed esaustivo, le prestazioni del licenziante che consentano una trasmissione corretta del know-how (oltre ai disegni, alle schede tecniche, alle formule etc, si aggiunge l’assistenza tecnica in loco per avviare l’utilizzazione della tecnologia con personale del licenziante). La determinazione del corrispettivo è prevista secondo varie formule: attraverso un unico versamento predeterminato in contratto (lump sum) da corrispondersi in unica soluzione o dilazionato in diverse rate, oppure attraverso royalties calcolate sul fatturato o in base al prezzo dei singoli prodotti venduti avvalendosi della tecnologia licenziata; le due modalità possono combinarsi come peraltro spesso accade, data la diversità dei criteri posti a base della loro determinazione. Inoltre si usa prevedere una clausola di esclusiva territoriale che consente alla impresa licenziataria di utilizzare la tecnologia e di vendere i prodotti da essa derivati solo nei territori in cui non sia già presente il licenziante o altri licenziatari(possibilità questa prevista nella Unione europea, ma da valutare caso per caso nel resto del mondo).

Turchia

Italia-Turchia: un ottimo interscambio

Il ruolo dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo si sta rivelando sempre più strategico per l’economia dell’Unione Europea, ed in special modo per l’Italia, geograficamente protesa verso l’area Medio-orientale. La Turchia è il secondo partner commerciale dell’Italia, dopo la Germania, con un volume di scambi che ha superato i 9.000 miliardi di euro e anche i dati afferenti i primi mesi del 2004 confermano il trend di crescita nell’interscambio registrato dall’ISTAT nel 2003: nei primi mesi del 2004 l’incremento delle esportazioni verso la Turchia è stato del 54,6%, anche le importazioni italiane di prodotti provenienti dalla Turchia sono aumentate, facendo registrare un incremento del 31,4%. L’economia turca ha fatto dei notevoli progressi, anche se sembra essere altalenante e risentire degli avvenimenti internazionali, come attualmente della guerra in Iraq.

 

AnkaraIL COMMERCIO ESTERO E I PAESI FORNITORI– Le attività connesse al commercio estero si sono liberalizzate a partire dagli anni 80, periodo in cui progressivamente furono eliminate le restrizioni alle importazioni, furono incentivate le esportazioni, furono ridotti i dazi doganali. Tale processo di liberalizzazione si è completato negli anni 90 con la eliminazione degli stessi incentivi alle esportazioni in contrasto con i principi del GATT e soprattutto nel 1996 con la sigla di un accordo doganale con l’Unione Europea. Tale accordo ha consentito alla Turchia di dotarsi di una legislazione doganale simile a quelle europee e ha permesso la conclusione di accordi di libero scambio con partner economici tradizioni dell’UE appartenenti all’Europa Centro-Orientale, al Nord Africa e al Vicino Oriente. Con la abolizione delle barriere tariffarie molti manufatti provenienti dei Paesi dell’Unione Europea sono entrati nel mercato turco, la cui domanda interna era stata a lungo disattesa a causa di un sistema economico altamente protezionistico (la richiesta di beni di consumo è in costante aumento a partire dagli anni ’90). Primi nella graduatoria dei fornitori della Turchia sono i Paesi europei, l’Italia, come abbiamo detto, è il secondo Paese superato soltanto dalla Germania.

I RAPPORTI COMMERCIALI CON L’ITALIA – Analizzando nello specifico le relazioni commerciali tra il  nostro Paese e la Turchia, rileva che il settore principale dell’interscambio è quello dei beni intermedi a fini industriali, come le macchine e gli apparecchi meccanici ed elettronici, i prodotti chimici, il metallo e i prodotti in metallo, i prodotti tessili e gli autoveicoli (la Fiat possiede uno delle unità produttive più grandi della propria rete estera). La Turchia, non essendo  all’avanguardia nella lavorazione dei materiali (legno, tessuti, metalli etc.), ha accresciuto negli ultimi anni la domanda di macchine per la lavorazione dei materiali che siano al passo con nuove tecnologie: l’obiettivo è la realizzazione di prodotti di livello in grado quindi di concorrere in diverse fasce di mercato. Le attrezzature e i macchinari più richiesti vanno da quelli per la lavorazione del legno, dei metalli e delle pietre e dei marmi a quelli per l’imballaggio e per la lavorazione di pelle; questi ultimi, implementati nei processi produttivi, sono in grado di migliorare la qualità dei prodotti finiti(calzature, prodotti tessili etc.) al fine renderli competitivi e collocabili anche sui mercati esteri. Infine, data l’importanza che il settore agricolo riveste ancora nel Paese (contribuendo per il 20% alla formazione del PIL ed occupando una forza lavoro pari al 30% del totale), si stanno compiendo processi di modernizzazione attraverso l’utilizzo di nuovi macchinari e l’impianto di sistemi di irrigazione, utilizzando know-how e tecnologie provenienti dall’estero (coinvolte imprese tedesche e olandesi nel progetto GAP – progetto per lo sviluppo integrato e multi-settoriale dell’Anatolia Sud-orientale che copre un vastissimo territorio che conta 11 province, la maggior parte delle quali destinatarie di incentivi).

INCENTIVI PER GLI INVESTIMENTI DIRETTI – La politica di attrazione degli investimenti esteri in Turchia è iniziata sin dalla metà degli anni ’80, ma è dal 2001 che essa ha ricevuto un forte impulso, proprio per la volontà di far passare lo sviluppo del Paese attraverso l’ingresso di nuovi capitali.La legge sugli investimenti esteri (modificata nel 1995) garantisce il libero trasferimento dei profitti, delle royalties, e del rimpatrio del capitale. Per poter effettuare un investimento in Turchia, l’investitore estero deve ottenere il permesso dall’autorità competente, la quale può concedere una serie di incentivi a  seconda della zona e del settore in cui si intende investire. L’interesse della autorità turche è anche  quello di creare il maggior numero di posti di lavoro possibile (per ogni investimento è previsto un numero minimo di assunzioni), poiché nonostante una ripresa innegabile della economia, la disoccupazione nel primo trimestre del 2004 è in aumento rispetto al trimestre precedente, colpendo in modo particolare la fascia dei giovani diplomati in aree urbane. Gli incentivi concessi possono andare dall’esenzione IVA , alla concessione di crediti a tassi agevolati per l’acquisto di macchinari o esenzione da dazi per l’importazione degli stessi, fino alle deduzioni fiscali calcolate in base all’investimento realizzato.

ZONE FRANCHE – Sempre nella direzione di accrescere la competitività dell’economia turca, di attrarre tecnologie ed investimenti esteri, la Turchia ha istituito con una legge del 1985 alcuni spazi all’interno del suo territorio che risultano essere extra-doganali (al 2001 erano 19). Le zone sono considerate tax free zones, pertanto i redditi generati al loro interno sono esenti da tassazione, possono essere trasferiti senza alcuna restrizione e non entrano a far parte dell’imponibile. All’interno delle zone franche può essere svolta qualsiasi attività economica (manifatturiera, commerciale, bancaria etc. )e non è previsto alcun limite per la quota di capitale straniero da investire nella società, che potrebbe essere detenuta anche al 100%, in ogni caso gli investimenti italiani effettuati in loco sono per la maggior parte realizzati in joint-venture con imprese turche.Per poter insediare un’unità produttiva è necessario ottenere una licenza dalle autorità competenti, tale licenza dura 10 anni per chi prende in locazione gli immobili (costruiti secondo gli standard internazionali), 20 anni per chi costruisce propri edifici, ma anche per periodi più lunghi in particolari circostanze. E’ doveroso sottolineare che un simile regime mal si concilia con le regole sulla concorrenza vigenti all’interno della Unione Europea, pertanto qualora la Turchia dovesse entrare a far parte dell’Unione Europea, tali regimi di favore dovrebbero essere smantellati, ma ciò avverrà - ha assicurato in varie occasioni il governo turco - in modo graduale in modo da consentire agli investitori di non abbandonare le aree oggi sottoposte ad un grande progetto di riqualificazione di tipo industriale.

 

Brasile

Il Brasile è il Paese che attira maggiormente gli investimenti esteri stranieri –IDE - rispetto agli altri Paesi dell’America Latina e dell’area caraibica (si stima circa il 40% degli IDE che interessano l’area, in larga parte provenienti da Paesi europei, oltre che, come è facile immaginare, dagli USA) La ragione di questa affluenza estera massiccia risiede principalmente nel fatto che il Brasile, nel corso degli anni ‘90, per cercare di essere al passo con sviluppo tecnologico internazionale e per affrontare in modo adeguato la concorrenza dei mercati esteri, ha operato importanti trasformazioni, attuando un corposo processo di privatizzazioni che hanno interessato settori strategici dell’economia (come quello delle telecomunicazioni, siderurgico, minerario, trasporti etc.), ed ha pertanto attirato società estere che hanno saputo sfruttare il “terreno vergine” che si offriva loro(Es. Telecom Italia, Ford, etc). Inoltre, il Brasile, forte delle risorse naturali a disposizione, ha saputo delineare un sistema di incentivi ed agevolazioni per gli investitori esteri, creando delle vere proprie zone privilegiate (si pensi allo stato di Minas Gerais). Da ultimo, non certo per importanza, il merito della ritrovata fiducia nel Brasile va rintracciata nel cambio del vertice del governo brasiliano avvenuto con la vittoria di Luis Inacio Lula da Silva; nel 2003 la bilancia commerciale ha fatto registrare un saldo attivo di 24 miliardi di dollari, con una crescita dell’89% rispetto al 2002, le esportazioni sono cresciute del 21% e l’inflazione è calata.

San Paolo

L’ECONOMIA BRASILIANA– Già dall’inizio del 2001 gli operatori economici avevano compreso che l’economia brasiliana aveva inaugurato una fase di sviluppo stabile, sicuramente lontana dalle incertezze che avrebbero di lì a poco travolto il sistema economico della vicina Argentina (finita poi come sappiamo in bancarotta finanziaria); l’analisi era fondata sulla considerazione che il Brasile aveva prediletto l’attrazione degli investimenti produttivi esteri,limitando l’afflusso di denaro a fini speculativi, al fine di consentire il passaggio da una economia prettamente rurale ad una industriale e che puntasse sul settore terziario. Gli effetti di tale scelta si vedono nel mutamento delle esportazioni: se in passato esse erano costituite in prevalenza da prodotti primari e dell’agricoltura, da un decennio a questa parte, invece, sono costituite da prodotti industrializzati (automobili, componentistica meccanica etc.,negli ultimi anni sono in aumento anche le esportazione manifatturiere).Di pari passo allo sviluppo economico si muove il sistema legislativo federale che, nel corso degli anni ‘90, ha visto l’entrata in vigore di numerose leggi rivolte a disciplinare  settori totalmente sprovvisti di regolamentazione o lacunosi; chiari esempi sono la legge antitrust, quella sul franchising, sulla proprietà intellettuale, quella a difesa dei consumatori, quella ambientale etc.

I SETTORI INTERESSATI DAGLI IDE – I Paesi che hanno maggiormente investito direttamente in Brasile negli ultimi anni sono Spagna, USA, Portogallo, Germania e Italia, e v’è da sottolineare che la parte più consistente di tali investimenti è stata destinata all’acquisto di attività liberalizzate a seguito delle privatizzazioni innanzi citate. Ciò si desume, infatti, da un’analisi degli IDE nell’anno 2001: essi sono concentrati per il 70% nel settore dei servizi (elettricità, acqua, gas, telecomunicazioni, commercio e servizi finanziari), per il 25% nel settore industriale e manifatturiero e per la restante percentuale nel settore primario (agricoltura e minerario)..

I RAPPORTI CON L’ITALIA – Il Brasile è uno dei partner commerciali più importanti del nostro Paese, tanto da aver superato dal 1999 l’Argentina, che è stata a lungo il primo partner commerciale dell’Italia in quell’area. Oggi figura, unico Paese del Sud America, tra i primi venti partner commerciali dell’Italia. Il Brasile rappresenta sicuramente un buon mercato di approvvigionamento, le principali voci dell’export brasiliano verso l’Italia indicano un costante incremento per il settore minerario (si pensi ai marmi e graniti esportati in Italia per processi i seconda lavorazione e finitura); per il settore del cuoio e dei prodotti in cuoio che ha registrato un considerevole aumento negli anni scorsi (anche +90%); per il settore del tabacco, delle bevande e dei prodotti alimentari. Il Brasile costituisce inoltre un mercato di produzione, ovvero un Paese in cui, per imprese operanti in determinati settori, può risultare vantaggioso de-localizzare tutta o in parte la produzione industriale, considerata la presenza sia di materie prime ( quali il legno, le pelli etc.) e che di manodopera a costi di gran lunga inferiori a quelli normalmente praticati nei Paesi industrializzati ( si pensi che lo stipendio mensile base di un operaio non specializzato è di circa 100 euro).Ma non bisogna dimenticare che il Brasile rappresenta un potenziale mercato di sbocco, in quanto vi abitano 170 milioni di persone che, dai risultati emersi da una recente ricerca, mostrano una forte propensione al consumo, aperture alle novità e ai prodotti stranieri; a quest’ultimo proposito per il Made in Italy sarebbe un mercato interessante, considerando sia la forte presenza di oriundi italiani (20 milioni di persone)che un sistema distributivo all’ingrosso alquanto efficiente che consente un ingresso facilitato dei prodotti nel mercato interno.

Oman

l viaggio del sultano dell'Oman in Italia

Il viaggio “da mille e una notte” che il Sultano dell’Oman sta effettuando nella nostra regione, con l’imbarcazione ormeggiata al largo del Porto di Bari, oltre a suscitare legittima curiosità sulle modalità di svolgimento della vacanza del sovrano, data l’eccezionalità dell’evento, ha acceso i riflettori sullo Stato di provenienza del Sultano, l’Oman, una terra incastonata nella costa sud orientale della Penisola arabica e confinante con gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e lo Yemen.

 

MuscatECONOMIA dell’OMAN – Il più importante settore dell’economia dell’Oman è costituito, come per gli altri Paesi del Golfo, dagli idrocarburi (petrolio e gas naturale): il peso del settore sul Pil infatti nel 2006 -  ci informa l’ICE - ha raggiunto e oltrepassato la soglia del 50%, superando quindi il peso combinato di tutti i restanti settori dell’economia. Come è accaduto per altri Paesi del Golfo, si pensi agli Emirati Arabi e a Dubai in particolare, la consapevolezza che le risorse naturali non sono illimitate (anche se i giacimenti di gas naturale sono cospicui) ha spinto il Governo Omanita ad intraprendere un progetto di diversificazione dell’economia nazionale: il settore turistico-immobiliare ha ricevuto forte impulso con l’inaugurazione di diversi progetti di proporzioni maestose, con investimenti massicci che beneficiano della graduale apertura del Paese agli investimenti stranieri, grazie a provvedimenti statali, il primo significativo del 2006, che ne disciplinano gli investimenti in determinate aree. Infatti accanto al richiamo turistico, il Paese punta ad sviluppare edilizia residenziale da proporre in vendita agli stranieri: oltre ai grandi alberghi di lusso, resort (i più grandi Shinas e Yiti) dotati di tutte le strutture del caso (porti turistici, campi da golf etc.) sorgeranno anche unità abitative, sul modello di quanto sta avvenendo a Dubai (“The world” e the Palm” per citare i più famosi). I progetti più grandi sono “The Wave” un nuovo quartiere a Muscat, la capitale, (per il quale sono già in vendita ville vista oceano (“Ocean View”) e appartamenti fronte mare (“Almeria North”) e “Blue city” una intera nuova città nella penisola di Sawadi a 70 km dalla capitale, dove sorgeranno nuove abitazioni in residence (ville ed appartamenti) e strutture alberghiere di lusso.

RAPPORTI COMMERCIALI - L’Oman fa parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) assieme ad Arabia Saudita, Kuwait, Barhain, Qatar, Emirati Arabi Uniti: tra questi Paesi dal 2003 è in vigore l’unione doganale che prevede una tariffa unica per l’importazione al 5%, anche in previsione di un accordo di libero scambio con l’UE (i cui negoziati sono in corso di svolgimento). Nel 2006, gli USA hanno ratificato un accordo di libero scambio con l’Oman, che oltre ad avere una sua importanza dal punto di vista commerciale (anche se non estremamente rilevante, visti i limitati dati di interscambio), costituisce certamente uno strumento strategico sotto il profilo geo-politico, sorgendo il Paese nel cuore della Penisola arabica. Per quanto riguarda infine i rapporti commerciali con il nostro Paese, il primo dato riguarda il saldo della bilancia commerciale, positivo per il nostro Paese, in quanto le nostre esportazioni superano le importazioni dall’Oman: l’export italiano è composto prevalentemente da macchine e apparecchi meccanici, nel 2006 ai primi posti si collocano le macchine di impiego generale e per impieghi speciali, seguite da tubi, materie plastiche, e dai mobili, che costruisce la prima voce di esportazione di beni di consumo (occorre considerare che sfuggono ai dati del nostro export molti beni di consumo italiani che vengono importati dall’Oman non direttamente dal nostro Paese, ma per il tramite ad esempio degli Emirati, specie Dubai vero e proprio hub della distribuzione). Avendo fatto breccia lo stile di vita occidentale anche nel Sultanato, certamente l’export dei prodotti Made in Italy (alimentari, sanitari e ceramiche di pregio, attrezzatura da cucina etc.), se supportato da adeguata promozione, potrebbe aumentare.

 

India

India-Italia, queste le strategie commerciali

L’India costituisce l’obiettivo primario delle politiche di promozione individuate dal Ministero del Commercio internazionale per l’anno 2007, in realtà è tutta l’area del BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) ad interessare la politica di sostegno delle azioni imprenditoriali: “in tutti questi Paesi va mantenuto il sostegno alle attività già avviate e vanno attivate ulteriori azioni mirate, per continuare a cogliere le opportunità offerte da questi mercati, il cui tasso di crescita rimane rilevante e sostenuto” – si legge nel documento in cui il Ministero traccia le “Linee direttrici dell’Attività promozionale 2007”. In particolare l’India, come si diceva, è al centro di un’approfondita analisi da parte delle nostre istituzioni, al fine di incrementare i rapporti commerciali e valorizzare le opportunità di mercato che tale Paese offre. Si è concluso da pochi giorni l’importante forum economico denominato “Destination India”, occasione preziosa per gli operatori indiani di entrare in contatto con le realtà produttive ed industriali italiane: l’appuntamento, tenutosi dall’6 all’8 novembre, ha permesso, infatti, dopo la prima giornata di forum a Roma alla presenza dei massimi esponenti delle nostre istituzioni (Ministero del Commercio Internazionale, Confindustria, ABI, ICE e altre) e di quelle omologhe indiane, di condurre i rappresentanti indiani presso alcuni dei maggiori poli industriali italiani (Vicenza, Prato, Torino, Firenze, Parma), focalizzando il percorso su determinati settori (componentistica auto, della meccanica, dell'agro-industria, del tessile abbigliamento, pelletteria e gioielleria).

 

BombayPERCHÉ INDIA – LE RAGIONI DI UNA SCELTA – L’India rappresenta un’opportunità di collaborazione nei settori in cui l’Italia ha raggiunto un alto livello di specializzazione (si possono appunto creare sinergie con i nostri poli d’eccellenza), così come può rappresentare un ottimo mercato di sbocco per i nostri prodotti grazie alla percentuale sempre crescente del c.d. ceto medio che può costituire, così come già in parte costituisce, il perfetto consumatore del Made in Italy. Diciamo che fino a questo momento l’Italia non ha ben compreso l’importanza strategica del partnerariato commerciale con l’India, delle opportunità di de-localizzare le produzioni nel paese asiatico. Altri paesi europei come Gran Bretagna, Paesi Bassi, Germania e Francia hanno avviato programmi di collaborazione e di de-localizzazione già da diverso tempo, avvalendosi della presenza in loco di personale altamente specializzato (c’è una sistema di istruzione capillare). Sono comunque i settori al alto contenuto tecnologico che hanno fatto la differenza rispetto ad altri Paesi dell’area asiatica: lo sviluppo dell’informatica unito all’elevato grado di specializzazione del personale indiano (ingegneri, informatici) hanno fatto sì che l’India fosse il parco tecnologico ideale ove insediare le proprie attività. Il governo indiano proprio nel settore dell’Information Technology, già fortemente sviluppato (sono presenti primarie aziende quali IBM, Intel, Microsoft, Oracle, Cisco, HP etc.) sta promuovendo ulteriori piani di sviluppo, tra cui la realizzazione di nuovi parchi tecnologici (fortunatamente per quanto ci riguarda lo ha compreso per tempo una delle nostre aziende italiane leader nel settore dell’industria informatica, la STMicroelectronics). 

Anche le Banche italiane hanno seguito le nostre imprese e hanno aperto le proprie filiali (Banca Nazionale del Lavoro, San Paolo IMI, per citarne alcune). Altro settore in forte sviluppo e altamente competitivo è quello dell’industria della chimica farmaceutica che fa parte di quei settori “ad alta intensità di conoscenza” nei quali l’India è emersa negli ultimi dieci anni come uno dei punti di riferimento tra i Paesi in via di sviluppo. Ma le possibilità non sono solo riservate alle grandi realtà imprenditoriali o bancarie, ottime possibilità e chance di replica hanno i nostri distretti manifatturieri nei settori della gioielleria, della lavorazione della pelle, dell’agro-alimentare, nel settore delle macchine utensili (lavorazione del legno, dei marmi, delle materie plastiche macchine tessili, sistemi di irrigazione per l’agricoltura, macchine per l’industria agro-alimentare, delle attrezzature per telecomunicazione etc.) Nella decisione di avviare il processo di espansione all’estero non bisogna mai trascurare (o sottovalutare), gli incentivi che il governo nazionale mette a disposizione per attrarre gli investitori stranieri: si tratta, come anche in India, di incentivi ed agevolazioni fiscali in particolari settori o finalizzati a promuovere lo sviluppo di aree arretrate. Come evidenzia l’ICE, oltre alle misure agevolative statali, si devono considerare anche gli incentivi offerti dai governi dei singoli stati per attrarre capitali stranieri. FIERA IETF 2007 – Da segnalare, a riprova dell’importanza strategica che rivestono i settori della tecnologia e dell’ingegneria in India, è l’International Engineering & Technology Fair (IETF), ovvero il più grande Salone dedicato all’ingegneria e tecnologia che si svolgerà a New Delhi dal 13 al 16 febbraio 2007. L’appuntamento fieristico, a cadenza biennale sin dal 1975, interessa tutte le categorie imprenditoriali: information technology, biotech, infrastrutture, ingegneria e progettazione, attrezzature e impianti, macchinari, accessori, componenti auto OEM, subfornitura. La fiera è la piattaforma ideale per gli incontri buyers/sellers, ma è anche un importante occasione per partecipare a seminari ed assistere a conferenze sulle ultime novità del settore, a sviluppare la propria rete di vendita etc. La richiesta di partecipazione alla fiera può essere fatta compilando il modulo (booking form overseas) scaricabile direttamente dal sito www.ietfindia.com, anche se sarebbe auspicabile, data l’importanza dell’evento, che fosse organizzata dagli enti o istituzioni locali una partecipazione collettiva delle nostre imprese al fine di incrementare le possibilità di internazionalizzazione delle medesime in settori strategici, quale quello delle tecnologie, per il futuro sviluppo della competitività del nostro sistema su scala globale.

 

Estonia

Estonia Lettonia e Lituania: le opportunità

I Paesi del Mar Baltico, quali la  Lituania, Estonia e Lettonia, forse perché troppo lontani geograficamente dall’Italia e non adeguatamente “pubblicizzati”, sono considerati solo in via residuale dalle imprese italiane nei loro progetti di espansione (al contrario di ciò che accade invece per le imprese scandinave, tedesche e inglesi), pur presentando tutti ottime prospettive di insediamento per le nostre imprese ed essendo la porta privilegiata per l’ingresso dei nostri prodotti e delle nostre attività nello sconfinato mondo della Russia. I tre Paesi prima dell’ingresso nell’Unione Europea (facevano parte del gruppo dei dieci nuovi Membri che hanno aderito all’UE il 1° maggio 2004) erano legati tra di loro da un Free Trade Agreement, il BAFTA, in vigore dal 1994 e dissoltosi appunto con l’ingresso nell’UE. I suddetti Paesi hanno dovuto mantenere le proprie monete, in quanto l’euro entrerà probabilmente in corso nel 2008 (inizialmente era stato fissato il 2007), per dar tempo alle autorità monetarie nazionali di attuare le correzioni strutturali necessarie. Analizzeremo brevemente ognuno di questi Paesi, mettendo a fuoco le opportunità per i futuri investimenti delle nostre imprese.

RigaLETTONIA – La Lettonia, grazie alla sua strategica posizione geografica, costituisce per i Paesi dell’Europa occidentale la  principale porta d’ingresso verso gli altri Paesi Baltici nonché verso le zone nord-occidentali della Russia. Questa è una delle principali fonti attrattive del Paese, anche perché grazie ai fondi comunitari sono in corso di realizzazione quelle vie di comunicazione transeuropeee che, da un lato, metteranno in comunicazione diretta Paesi Baltici con l’Europa, si pensi all’autostrada Tallinn-Riga-Vilnius (le tre capitali delle repubbliche baltiche) con prolungamento verso la Germania, attraverso la Polonia; dall’altro creeranno un network stradale con la Russia, si pensi alle superstrade che uniranno le tre capitali baltiche a Mosca. Ma il trasporto si avvale anche del linee ferroviarie che hanno assorbito il 50% del trasporto di merci; il traffico aereo è in costante aumento grazie all’ammodernamento dello scalo di Riga, la capitale, che può vantare caratteristiche di uno scalo internazionale. Fin qui il sistema dei trasporti; per quanto attiene invece i settori in cui la presenza italiana si è sviluppata (non in modo rilevante, siamo il 31° Paese investitore), possiamo citare al primo posto l’industria non mineraria, le  attività di trasporto ed agenzie di viaggio, vendita all’ingrosso e dettaglio, settore alberghiero e della ristorazione. Salvo poche eccezioni, si tratta per lo più di microimprese che hanno fatto investimenti modesti. Per quanto riguarda il futuro e le possibilità di sinergie economiche, segnaliamo un settore in sicura espansione quello dell’edilizia sia commerciale che residenziale; strettamente connesso a questo è il settore del turismo, specie in ambito alberghiero, che vedrà nei prossimi anni la necessità di costruire nuove strutture, visto il costante incremento del turismo.

LE ZONE FRANCHE - Infine, occorre segnalare che la Lettonia possiede due zone franche situate a Lepaja e Rezekne e due porti franchi nelle aree portuali di Riga e Ventspils, in cui le imprese che hanno la sede legale al loro interno beneficiano di alcuni vantaggi fiscali (riduzione della tassazione sui dividendi, sui redditi d’impresa, esenzione IVA per servizi etc.)

TallinnESTONIA – L’Estonia è il più piccolo Paese per estensione geografica dei tre esaminati, ma nonostante ciò fin dalla sua indipendenza ha attratto flussi di capitali esteri di notevole rilevanza (se poste appunto a confronto con  le ridotte dimensioni del Paese). Ciò deve ricercarsi nel clima generale estremamente favorevole agli investimenti dall’estero e, più di recente, allo sviluppo innescato dalle recenti privatizzazioni (settore delle telecomunicazioni). Molto attive, anche nelle esportazioni, sono le società a partecipazione estera della quali oltre il 75% hanno origine, in primo luogo, scandinava (per il 56%) e, in seconda battuta, finlandese (per il 19%). Il ruolo dell’Italia rimane marginale con una quota dell’1%, gli investimenti diretti italiani li rinveniamo nei settori più disparati: nel settore dei prodotti lattiero-caseari, nel settore finanziario e bancario, nel settore turistico alberghiero e nel settore immobiliare e delle costruzioni, nel settore degli apparecchiature scientifiche e di misurazione, macchine utensili etc. Per quanto riguarda le opportunità future continua l’incremento degli investimenti nel settore immobiliare, così come grosse opportunità sono presenti nei beni strumentali e dell’impiantistica oltre che in quelli del tessile, legno, alimentare e dell’ambiente.

Le AGEVOLAZIONI FISCALI - In merito alle agevolazioni fiscali, in Estonia è prevista la detassazione totale dell’utile d’impresa per tutte le società di diritto nazionale, ed in più sono state istituite due zone franche secondo quanto prevede la Legge doganale: una è l’area portuale di Muuga e l’altra è l’area industriale di Sillabe.

VilniusLITUANIA – Infine la Lituania. Il Paese ha scommesso molto sull’attrazione dei capitali dall’estero, favorendo una politica di incentivazione dello sviluppo delle Zone Economiche Speciali che permettono di creare aziende off-shore all’interno del territorio lituano (in particolare a Siuliai, Klaipeda e Kaunas); in queste zone per lo più si investe nel manifatturiero, metalmeccanico, elettronica, industria automobilistica, commerciale e logistica (stoccaggio e distribuzione), servizi, attività bancaria etc. . Per quanto riguarda gli investimenti italiani in Lituania essi rappresentano circa l’1% circa del totale degli IDE nel Paese: solo negli ultimi anni infatti sono state avviate in Lituania alcune importanti iniziative industriali nel settore tessile, del legno, della plastica, delle apparecchiature mediche, e nel settore automobilistico; molte microimprese operano nel campo della distribuzione, con accordi di partnerariato con imprenditori locali. Anche qui l’edilizia si presenta come uno dei settori più dinamici dell’economia negli ultimi anni, specie nella capitale e in alcune delle principali città (Kaunas, la seconda città con l’aeroporto commerciale più importante del Paese).

Serbia

Serbia, incentivi agli investitori esteri

La notizia con cui il Kosovo (a maggioranza albanese e minoranza serba), provincia autonoma della Serbia sotto amministrazione delle Nazioni Unite, ha proclamato la propria indipendenza lo scorso 18 febbraio, ha fatto, com’era prevedibile, il giro del mondo, peraltro suscitando reazioni diverse, anzi opposte: se c’è chi infatti ha salutato con approvazione l’evento all’insegna del principio di autodeterminazione dei popoli, come il presidente Bush e la maggior parte degli Stati dell’Unione Europea, v’è stato anche chi, come il presidente Putin, appoggiando la posizione della Serbia e del suo Presidente Tadic, ha disapprovato l’operazione, anche in nome dei vecchi e nuovi accordi commerciali che legano il paese dello Zar al Paese balcanico. La Serbia dal canto suo è un Paese altrettanto giovane: nasce come autonomo a seguito dello scioglimento dell’Unione degli Stati di Serbia e Montenegro, sancito dalla dichiarazione di separazione del Montenegro il 3 giugno 2006, dopo che in un referendum i montenegrini si erano dichiarati a favore dell’autonomia.

BeogradINVESTIMENTI ESTERI ED INCENTIVI – In base di uno studio effettuato dalle Camere di Commercio italiane all’estero, dopo la fine dell’embargo internazionale, la Serbia ha fatto registrare un incremento degli investimenti esteri, tradottosi nell’aumento della produzione interna: il livello di crescita del Paese è il più elevato del Sud Est Europa (la media degli ultimi anni è stata del 6.8%). Grazie alla collocazione geografica le imprese europee hanno il vantaggio di poter produrre fuori dall’Unione Europea, ma di fatto al confine di quest’ultima, beneficiando dei Corridoi europei 7 e 10 che mettono in comunicazione l’Europa dell’Est con il Medio Oriente. Inoltre buone sono le possibilità di sfruttare le vie navigabili interne rappresentate dal Danubio, Tisa e Sava.La legislazione sugli investimenti immobiliari consente al cittadino straniero di acquisire in proprietà edifici immobili urbani, senza limitazioni. Per i terreni edificabili urbani vige un regime specifico in quanto la proprietà è dei Comuni (Municipalità) che rilasciano le concessioni di edificabilità ed il diritto di uso. Le aree e i terreni ad uso industriale possono essere di proprietà pubblica o privata. Quelli di proprietà pubblica possono essere acquistati attraverso aste pubbliche; quelli di proprietà privata con trattativa diretta con il proprietario. Inoltre i cittadini stranieri possono svolgere attività industriali o commerciali in forma societaria attraverso la partecipazione in esse anche al 100%. Inoltre l’agenzia serba di promozione degli investimenti (SIEPA) segnala che le opportunità di investimento sono legate al pacchetto di incentivi fiscali in vigore nel Paese, tra i quali segnaliamo: imposta sulle società al 10%, credito d’imposta riconosciuto sugli investimenti in beni immobili e strumentali fino all’80% del valore dell’investimento; incentivi per la creazione di nuovi posti di lavoro etc. Il costo del lavoro permane uno dei punti di forza del Paese: nel 2005 il costo del lavoro era più competitivo rispetto a Polonia, Ungheria, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia. Sono state semplificate le procedure per la costituzione delle società, in 10 giorni si può registrare una nuova attività. Esistono inoltre delle aree di libero scambio (Free trade zone) in cui i beni importati non sono soggetti ad IVA, si possono trasferire i profitti realizzati sia in Serbia che all’estero senza nessuna limitazione, inoltre i beni realizzati con il 50% di componeneti locali non sono sottoposti a dazi doganali in ingresso nel resto del Paese.