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Lo Studio Chianura, composto da Avvocati e Dottori Commercialisti, assiste prevalentemente le imprese e i gruppi di imprese, nella gestione delle problematiche fiscali e societarie fornendo adeguata assistenza professionale anche in operazioni di carattere straordinario come fusioni, scissioni, acquisizioni, cessione di azioni e quote, riorganizzazioni societarie, pianificazione fiscale internazionale.

Lo studio inoltre è specializzato nel settore della finanza agevolata assistendo enti e imprese nella pianificazione e nello sviluppo di progetti imprenditoriali finalizzati all’ottenimento di contributi finanziari disposti da norme nazionali e comunitarie

Lo studio Chianura garantisce assistenza legale globale in ambito nazionale e internazionale alle imprese, agli enti pubblici, così come ai privati.  Il nostro studio offre un approccio specializzato in diverse aree legali, in particolare nell’area del diritto industriale, del diritto commerciale e della  contrattualistica interna ed internazionale. Tale copertura è garantita sia con la competenza dei professionisti presenti nello studio in modo continuativo, sia attraverso accordi continuativi  di collaborazione  con professionisti  italiani ed esteri.

Inoltre lo Studio nel suo complesso ha implementato operazioni di de-localizzazione delle produzioni all’estero, consistenti nell’attivazione di impianti di produzione all’estero o a vere e proprie entità estere autonome,  analizzando e fornendo assistenza su tutti gli aspetti dell’investimento, da quelli finanziari, agevolativi, fiscali, valutari, a quelli legali, previdenziali e societari.

Infine lo studio è in grado di assistere, in tutte le fasi, le imprese estere che vogliano investire in Italia – Puglia, Campania, Calabria e Sicilia rientrano nell’area Obiettivo 1 sino al 2013 - fornendo loro consulenza relativa alla legislazione italiana e agli strumenti agevolativi all’uopo utilizzabili.

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Montenegro

Montenegro: l'Italia è il primo partner commerciale nell'area dell'Ue

L’Italia è il primo partner commerciale nell’area UE del Montenegro con una quota di quasi il 30% dell’export montenegrino e il 10% dell’import. Considerevoli quindi sono i rapporti commerciali tra gli imprenditori dei due Paesi, anche se gli operatori montenegrini devono affrontare lo scoglio burocratico del visto: è del mese scorso la richiesta formulata dall’Unione degli imprenditori montenegrini di snellire le procedure per l’ottenimento del visto di accesso, in quanto la prassi in vigore prevede una procedura complessa e un’ampia documentazione da presentare a corredo della domanda, e “quindi molti imprenditori montenegrini rinunciano al viaggio in Italia, con un evidente danno non solo per loro ma anche per i partner italiani”. La collaborazione commerciale come vedremo, incentivata dalla vicinanza geografica e dal facile collegamento via mare (anche dalla nostra Regione), si sta sempre più corroborando, anche se per larga parte sfugge alle rilevazioni ufficiali.  

PodgoricaINVESTIMENTI DIRETTI ESTERI E PRIVATIZZAZIONI – Gli ultimi dati disponibili segnalano un rallentamento negli investimenti diretti esteri in Montenegro: gli IDE registrati nei primi due mesi del 2008 hanno raggiunto i 130 milioni di euro, determinando una crescita solo del 17% dopo i notevoli aumenti degli ultimi 3 anni. La principale ragione del rallentamento potrebbe essere rappresentata dal “raffreddamento” del mercato immobiliare, dopo la forte espansione registrata negli ultimi 2 anni. La maggior parte degli investimenti esteri del primo bimestre è stata registrata nelle imprese e nelle banche locali, mentre quelli nel settore immobiliare hanno inciso del 38,9% dell’afflusso. Occorre considerare che, mentre sono carenti gli investimenti greenfield, la maggior parte degli IDE è stata realizzata tramite le privatizzazioni di aziende ed enti statali, iniziate nel 1992 (si pensi che nel 2005 il 70% delle aziende statali era stato privatizzato). Proprio in questo ambito, si segnala che l'Agenzia per la Ristrutturazione Economica e per gli Investimenti Esteri del Montenegro ha annunciato la vendita del 64% del capitale della Polimka di Berane (pelletteria e calzature) e del 51% del capitale della Obod Ad di Cetinje (elettrodomestici).  

Le offerte dei potenziali acquirenti devono pervenire all'Agenzia entro il 3 giugno prossimo. Inoltre il Governo ha annunciato che venderà il 30% delle azioni della compagnia area di bandiera mantenendone il pacchetto di controllo. Oltre a ciò, vi sono interessanti opportunità di business nei settori del turismo (ad esempio un importante investimento nel settore sarà realizzato entro la fine del 2010 e saranno costruiti quattro nuovi alberghi di quattro e cinque stelle nella città di Herceg Novi) e delle costruzioni ad esso legato (si segnala la fiera dell’edilizia che si terrà dal 24 al 28 settembre 2008 a Budva), dello sfruttamento delle risorse naturali (legno, pietra, alcune miniere ed acqua), delle industrie di base e delle infrastrutture. Nella scelta di de-localizzazione l’imprenditore non deve mai sottovalutare la tassazione del reddito di impresa, che, in Montenegro, è particolarmente favorevole, pari al 9% (è una delle percentuali di incidenza più basse in Europa). L’ICE ci informa che non esiste una mappatura completa degli investimenti diretti italiani nel Paese balcanico: vi sono state negli anni passati considerevoli (e note) operazioni di acquisizioni nel settore metallurgico, bancario ed alberghiero, ma per quanto riguarda gli investimenti compiuti dalle imprese italiane di piccole dimensioni questi sfuggono alle ricognizioni ufficiali anche se da alcuni dati in possesso delle istituzioni esse risultano presenti prevalentemente nel settore del tessile-abbigliamento e del legno-arredamento.

 

Oman

l viaggio del sultano dell'Oman in Italia

Il viaggio “da mille e una notte” che il Sultano dell’Oman sta effettuando nella nostra regione, con l’imbarcazione ormeggiata al largo del Porto di Bari, oltre a suscitare legittima curiosità sulle modalità di svolgimento della vacanza del sovrano, data l’eccezionalità dell’evento, ha acceso i riflettori sullo Stato di provenienza del Sultano, l’Oman, una terra incastonata nella costa sud orientale della Penisola arabica e confinante con gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e lo Yemen.

 

MuscatECONOMIA dell’OMAN – Il più importante settore dell’economia dell’Oman è costituito, come per gli altri Paesi del Golfo, dagli idrocarburi (petrolio e gas naturale): il peso del settore sul Pil infatti nel 2006 -  ci informa l’ICE - ha raggiunto e oltrepassato la soglia del 50%, superando quindi il peso combinato di tutti i restanti settori dell’economia. Come è accaduto per altri Paesi del Golfo, si pensi agli Emirati Arabi e a Dubai in particolare, la consapevolezza che le risorse naturali non sono illimitate (anche se i giacimenti di gas naturale sono cospicui) ha spinto il Governo Omanita ad intraprendere un progetto di diversificazione dell’economia nazionale: il settore turistico-immobiliare ha ricevuto forte impulso con l’inaugurazione di diversi progetti di proporzioni maestose, con investimenti massicci che beneficiano della graduale apertura del Paese agli investimenti stranieri, grazie a provvedimenti statali, il primo significativo del 2006, che ne disciplinano gli investimenti in determinate aree. Infatti accanto al richiamo turistico, il Paese punta ad sviluppare edilizia residenziale da proporre in vendita agli stranieri: oltre ai grandi alberghi di lusso, resort (i più grandi Shinas e Yiti) dotati di tutte le strutture del caso (porti turistici, campi da golf etc.) sorgeranno anche unità abitative, sul modello di quanto sta avvenendo a Dubai (“The world” e the Palm” per citare i più famosi). I progetti più grandi sono “The Wave” un nuovo quartiere a Muscat, la capitale, (per il quale sono già in vendita ville vista oceano (“Ocean View”) e appartamenti fronte mare (“Almeria North”) e “Blue city” una intera nuova città nella penisola di Sawadi a 70 km dalla capitale, dove sorgeranno nuove abitazioni in residence (ville ed appartamenti) e strutture alberghiere di lusso.

RAPPORTI COMMERCIALI - L’Oman fa parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) assieme ad Arabia Saudita, Kuwait, Barhain, Qatar, Emirati Arabi Uniti: tra questi Paesi dal 2003 è in vigore l’unione doganale che prevede una tariffa unica per l’importazione al 5%, anche in previsione di un accordo di libero scambio con l’UE (i cui negoziati sono in corso di svolgimento). Nel 2006, gli USA hanno ratificato un accordo di libero scambio con l’Oman, che oltre ad avere una sua importanza dal punto di vista commerciale (anche se non estremamente rilevante, visti i limitati dati di interscambio), costituisce certamente uno strumento strategico sotto il profilo geo-politico, sorgendo il Paese nel cuore della Penisola arabica. Per quanto riguarda infine i rapporti commerciali con il nostro Paese, il primo dato riguarda il saldo della bilancia commerciale, positivo per il nostro Paese, in quanto le nostre esportazioni superano le importazioni dall’Oman: l’export italiano è composto prevalentemente da macchine e apparecchi meccanici, nel 2006 ai primi posti si collocano le macchine di impiego generale e per impieghi speciali, seguite da tubi, materie plastiche, e dai mobili, che costruisce la prima voce di esportazione di beni di consumo (occorre considerare che sfuggono ai dati del nostro export molti beni di consumo italiani che vengono importati dall’Oman non direttamente dal nostro Paese, ma per il tramite ad esempio degli Emirati, specie Dubai vero e proprio hub della distribuzione). Avendo fatto breccia lo stile di vita occidentale anche nel Sultanato, certamente l’export dei prodotti Made in Italy (alimentari, sanitari e ceramiche di pregio, attrezzatura da cucina etc.), se supportato da adeguata promozione, potrebbe aumentare.

 

Australia

Raddoppiate le esportazioni italiane in Australia in 10 anni

A trainare le importazioni dei nostri prodotti in Austrialia nei decenni passati è stata indubbiamente la forte presenza di emigrati del nostro Paese che hanno costruito la propria fortuna dall’altro capo del mondo in anni in cui l’emigrazione costituiva l’unica via di salvezza per molti connazionali. Gli esperti considerano adesso questo fenomeno pressoché esaurito:  quello che spinge ad acquistare i prodotti del Made in Italy sarebbe proprio la loro qualità intrinseca ed il fascino che essi esercitano su milioni di consumatori nel mondo, oltre, nel caso specifico dell’Australia, alla forte espansione economica e alla crescita che consumi privati che ha fatto raddoppiare nell’ultimo decennio le esportazioni italiane nel Paese. Un fenomeno comunque degno di nota, ci informa l’ICE, è il processo di sostituzione delle importazioni nostrane con beni prodotti in Australia: imprenditori di origine italiana producono localmente, utilizzando marchi e nomi italiani, prodotti quali mobili, materiali da costruzione, prodotti alimentari (olio, vino, pasta, prosciutti e formaggi) etc, anche se tutto questo avviene con un indubbio collegamento con l’Italia dalla quale vengono comunque forniti beni strumentali, prodotti semilavorati e componentistica.

SidneyINTERSCAMBIO COMMERCIALE - PROSPETTIVE – Conseguenza del fenomeno descritto innanzi è il cambiamento della tipologia dei prodotti italiani esportati in Australia: mentre in passato le esportazioni italiane verso l’Australia erano concentrate in prodotti tipici del “Made in Italy” quali beni alimentari e bevande alcoliche (il vino in particolare), moda ed accessori (scarpe, borse etc.), nonché arredamento e interni (ceramica, marmi e graniti), oggi oggetto di importazione sono i beni strumentali, come ad esempio: macchinari, macchine elettriche, mezzi di trasporto e movimentazione. In considerazione di ciò, attualmente le principali opportunità di penetrazione, per il sistema commerciale italiano, vanno ricercate in alcuni “nuovi” settori, quali ad esempio: medicinali e prodotti farmaceutici (inclusi i farmaceutici veterinari); materiali di costruzione; macchinari ed attrezzature mediche e dentistiche; macchinari ed attrezzature per l’agricoltura (olio, vino); macchine utensili (in particolar modo meccano-tessile, lavorazione metalli e lavorazione vetro); tecnologie e servizi ambientali;attrezzature per l’irrigazione; tecnologie per la produzione di energia alternativa; biotecnologie; attrezzature e forniture turistico –alberghiere; arredo-casa; industria della refrigerazione e logistica.IDE - L’Australia favorisce gli investimenti stranieri, particolarmente nei settori manufatturieri e ad alto contenuto tecnologico (il sistema universitario australiano e la ricerca scientifica attuata sono di eccellenza). I maggiori paesi investitori sono stati gli Stati Uniti, la Svizzera, la Cina, il Regno Unito e la Germania. Il nostro Paese, vista la enorme distanza geografica e la tendenza (pigrizia?) dei nostri imprenditori a non prediligere mete lontane, non annovera molti investimenti diretti, anche se è importante evidenziare che la scelta di effettuare IDE in Australia per molte società americane ed europee è determinata dal fatto che il Paese rappresenta un’opportunità da un punto di vista strategico ed economico per la vicinanza dei mercati asiatici, oltre ad avere una forza lavoro flessibile e qualificata che, insieme al buon sistema di telecomunicazioni e ad un’alta qualità della vita, la rendono un territorio estremamente interessante per l’insediamento di funzioni direttive di molte società straniere.

Stati Uniti d'America

Il gusto italiano spopola negli Stati Uniti

Cosa pensano dei nostri prodotti i consumatori statunitensi? Quali sono i prodotti più conosciuti e acquistati? A cosa viene associato il nostro Paese? Queste e altre domande ancora sono state realmente poste a consumatori statunitensi nel corso di una interessantissima indagine commissionata dall’Istituto nazionale per il Commercio estero (ICE) e il Comitato Leonardo - Italian Quality Committe ed affidata all’Istituto Piepoli S.p.a. Ne è risultato (Giugno 2004) che il nostro Paese viene associato dai consumatori USA al cibo, ai vini e alle località turistiche; che i primi prodotti che vengono in mente pensando all’Italia sono quelli alimentari, seguiti dalle calzature, automobili e  abbigliamento; che i prodotti maggiormente acquistati dagli intervistati sono stati quelli alimentari (vino e pasta in primis), seguiti dai prodotti dell’abbigliamento, calzature e accessori moda. In altri termini il gusto e il design italiani sono in pole position nelle preferenze dei consumatori statunitensi che riconoscono ai nostri prodotti qualità e bellezza, anche se mettono in evidenza l’elevato prezzo d’acquisto e la presenza sul mercato USA di prodotti contraffatti.

 

MiamiI RAPPORTI COMMERCIALI ITALIA - USA – Nonostante la difficile fase congiunturale statunitense e il sensibile apprezzamento dell’euro sul dollaro, non si è registrato il crollo delle esportazioni italiane negli USA come era stato paventato, ma anzi - come afferma il Rapporto Paese (USA) congiunto Ambasciate/Uffici ICE estero del II semestre 2003 – la performance del Made in Italy è stata in alcuni casi migliore di quella di alcuni storici concorrenti (come ad esempio Francia, Giappone, Corea del sud, Taiwan). Comunque v’è da dire che il nostro Paese si posiziona, nella graduatoria dei maggiori fornitori degli Stati Uniti, al 12° posto, perdendo due posizioni (era infatti 10° prima del 2003, ora è superata da Irlanda e Malesia). I settori forti – Il comparto moda (abbigliamento, calzature, cosmetici, gioielleria, occhiali, pelletteria etc. ) rappresenta il 23,2% dell’intero export italiano negli USA, il comparto casa/arredo (mobili, illuminazione, piastrelle - ottime performance per gli ultimi due - etc.) rappresenta l’11% sul totale esportato, il comparto agro-alimentare e vini rappresenta l’8,7%; infine da segnalare la buona performance del comparto della meccanica strumentale che rappresenta il 6,7% del totale esportato.

LA PENETRAZIONE COMMERCIALE – Nel corso della indagine demoscopica innanzi menzionata è emerso che la distribuzione di alimenti, calzature e abbigliamento è buona nelle grandi aree (come New York, Los Angeles, Boston etc.) ma necessita di essere migliorata nelle altre. Si dovrebbe quindi puntare, da un lato, a consolidare la posizione dei nostri prodotti nelle aree in cui tradizionalmente si registra la presenza del Made in Italy (ovvero Stati dell’Est, Florida, California ed Illinois), dall’altro, invece, a promuovere l’ingresso dei nostri prodotti in zone “meno battute” degli USA, come la parte occidentale e il Nord Est, assicurando quindi una distribuzione più omogenea e capillare dei nostri prodotti sul territorio statunitense. Occorre a questo punto pertanto individuare il sistema distributivo che più si addice agli scopi dell’azienda che potrebbe scegliere di nominare un agente in loco, o di contattare un distributore, oppure di aprire dei punti vendita in franchising, o infine di effettuare un insediamento diretto negli USA.

LE MODALITÀ DI DISTRIBUZIONE: AGENT E DISTRIBUTOR – Il rapporto di agenzia è uno degli strumenti più indicati per un primo approccio al mercato statunitense sia per la snellezza del rapporto(non esiste in USA una disciplina stringente come quella europea, il regolamento contrattuale è in sostanza rimesso all’accordo fra le parti) sia per l’esiguità dell’investimento iniziale (si possono anche non avviare attività promozionali, ma affidarsi al lavoro dell’agente). Una caratteristica però distingue l’agente “di diritto comunitario” da quello statunitense, ovvero il potere di rappresentanza (potere di concludere contratti in nome e per conto del preponente) che negli USA viene conferito automaticamente poiché risiede nella stessa nozione di agente, mentre in Europa deve costituire oggetto di apposito accordo (pertanto sarà opportuno specificare tale circostanza nel contratto, definendo ad esempio il soggetto anziché agent, sales representative ed elencandone i poteri). L’agente negli USA è un indipendent contractor, un lavoratore autonomo, pertanto occorre stare attenti a non dar vita ad un employment contract (un rapporto di lavoro subordinato), situazione questa che anche involontariamente si creerebbe con l’inserimento di determinate clausole (da evitare ad esempio la corresponsione di compensi svincolati dal volume degli affari). In alternativa alla nomina di un agente, l’impresa estera può siglare un accordo con un distributore USA, sempre giuridicamente autonomo dal produttore, che, a differenza dell’agente  - a cui è affidata soltanto la promozione del prodotto e la cui remunerazione è affidata alle provvigioni sul fatturato - si impegna ad acquistare e rivendere i prodotti e viene remunerato dal margine tra il prezzo di acquisto e rivendita di questi ultimi. Facilmente può accadere che le clausole tipiche di un accordo di distribuzione (esclusiva territoriale, patto di non concorrenza, differenziazione dei prezzi etc.) potrebbero entrare in conflitto con la rigida disciplina antitrust statunitense (Sherman Act, Clayton Act modificato dal Robinson-Patman Act etc.), pertanto la stesura del contratto deve essere oggetto di attenta analisi giuridica, anche per evitare le pesanti ricadute sul venditore che potrebbe avere, in caso di danni al consumatore arrecati dal prodotto, la U.S. Products Liability Law (la legge statunitense sulla responsabilità del produttore); sarà pertanto opportuno inserire clausole relative alla ripartizione di responsabilità tra produttore e distributore e di manleva in caso di citazione per danni.

 

Francia

Francia, una politica che attrae gli investimenti

La capacità della Francia di attrarre investimenti diretti esteri non ha confronti con quella italiana e siamo solo al di là delle Alpi: secondo i dati dell’AFII Italia (l'ufficio AFII Invest in France Agency di Milano è l'unico rappresentante in tutto il territorio italiano dell'Agenzia Governativa Francese per l'attrazione degli Investimenti Internazionali, nata dall'accorpamento della storica D.A.T.A.R. Invest in France Agency con le altre strutture del network francese deputate alla promozione economica della Francia nel mondo) nel 2005 gli IDE in Francia sono raddoppiati rispetto all’anno precedente per raggiungere i 40 miliardi di euro, in particolare il bilancio 2005 degli investimenti esteri creatori d’impieghi mette in evidenza un numero di progetti realizzati in aumento del 12.4% rispetto al 2004, con un livello record di 664 progetti per oltre 33.000 impieghi creati o salvaguardati. Come viene evidenziato dal rapporto ICE-ISTAT pubblicato quest’anno “il confronto di lungo periodo tra le consistenze degli investimenti diretti esteri in entrata, negli anni 1995 e 2004, sotto il duplice profilo dei risultati quantitativi e del livello di sviluppo, evidenzia una sostanziale stabilità nelle prime tre posizioni della graduatoria, che restano occupate da paesi industriali quali Usa, Regno Unito e Francia”.

 

LA POLITICA DEGLI INVESTIMENTI - La Francia rappresenta in Europa una delle aree geografiche che storicamente hanno maggiormente sviluppato la capacità di attrazione degli investimenti internazionali: dopo la crisi registrata nel 2001 e perdurata nel 2002, negli anni 2003-2004 si è registrata una decisa ripresa con la creazione di nuovi impianti e nuovi posti di lavoro. La Francia ha la rara capacità di favorire l’insediamento di attività industriali e commerciali appartenenti a settori molto diversi tra loro: si va dall’alta tecnologia al settore manifatturiero più tradizionale, anche se, secondo i dati ICE, dopo la grande crescita del settore delle nuove tecnologie, stanno tornando in auge i settori più tradizionali, come il settore automobilistico (assemblaggio e componentistica) che resta, anche nel 2004, una delle prime fonti di creazione di posti di lavoro per gli investitori esteri in Francia. Seguono le attività di servizi, commerciali o finanziari, l’informatica, le attrezzature elettriche ed elettroniche e centri di Ricerca e Sviluppo. A proposito delle imprese che investono in ricerca e sviluppo (R&D), è stato istituito il “Crédit d’Impôt à la Recherche” (C.I.R.), credito d’imposta alla ricerca  che consiste in una riduzione d’imposta calcolata sulla base delle spese di R&D. Il C.I.R. viene portato in deduzione all’imposta sul reddito,  se dopo 3 anni non è stato utilizzato viene rimborsato. Un settore fortemente finanziato e sostenuto dal Governo ed in continua crescita è quello delle biotecnologie, con poli di eccellenza sparsi su tutto il territorio francese che raggruppano organismi pubblici e privati: il numero di brevetti depositati è in crescita del 30 % ogni anno e un terzo delle alleanze sono registrate con imprese estere. Con la creazione di 100 nuove imprese negli ultimi tre anni il settore ha registrato un raddoppio del numero delle imprese e del fatturato.

GLI INVESTIMENTI ITALIANI – Secondo i dati messi a disposizione dall’AFII il bilancio degli investimenti italiani, stabile rispetto al 2004, registra 34 progetti e 1.015 posti di lavoro, con 8 progetti nei settori aereospazio, elettronica, e telefonia, oltre a vari progetti di ampliamento di stabilimenti esistenti. L’ICE ci informa che in Francia, come del resto in Europa in genere, la maggior parte degli investimenti stranieri è d’origine europea, anche se al primo posto assoluto nella graduatoria dei maggiori investitori si trovano gli USA; l’Italia dal 2003 al 2004 è passata dal terzo all’ottavo posto. Anche le Banche Italiane hanno pensato di assistere i propri clienti imprenditori italiani in Francia, ad esempio il Gruppo Monte dei Paschi che ha propri sportelli in Francia, ma anche Banca di Roma, Banca d’Italia, Banca Intesa, BPM, Unicredit, e Medio Banca sono presenti in Francia, alcune offrono i propri servizi in partnership con banche locali. I settori in cui l’Italia investe sono quelli tradizionali quali la meccanica e la lavorazione di materie plastiche, accompagnati da settori emergenti quali le eco-industrie, l’high-tech, la logistica e l’aeronautica; le nostre imprese si stabiliscono prevalentemente nella zona Rhône-Alpes (vicina all’Italia) e nell’Ile de France.

I VANTAGGI DELL’INVESTIMENTO – L’AFII - Invest in France Agency ritiene che i vantaggi fondamentali dell'investimento in Francia siano la presenza di un ricco mercato, sia francese che per l'export nel Nord Europa; il  basso costo di fattori di produzione importanti quali per esempio elettricità, gas, terreni industriali; l'eccellente rete di trasporti; e per quanto riguarda la propria attività, la possibilità per l'investitore di venire accompagnato in tutte le fasi dell'investimento con una consulenza gratuita per individuare il miglior sito per la localizzazione del proprio progetto. Il governo francese ha studiato e messo a punto una serie di misure atte ad attrarre gli investimenti esteri: in particolare l’insediamento e lo sviluppo di iniziative economiche nelle zone prioritarie di gestione del territorio, le c.d. zone PAT (Prime d’Amenagement du Territoire), beneficiano di aiuti pubblici maggiori e tassi più favorevoli (la mappatura dei territori PAT attuale scadrà a fine 2006, sono in fase di definizione/approvazione le nuove zone). In linea generale i principali aiuti disponibili sono: il Premio di Gestione del Territorio (PAT); gli aiuti delle comunità territoriali all’investimento e all’impiego; il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FEDER); il Fondo di Sviluppo delle PMI. La somma massima degli aiuti all’investimento produttivo e alla creazione di impiego è determinata dalla localizzazione geografica dei progetti e dalla dimensione delle imprese che ne fruiscono: nelle zone PAT ad esempio essa rappresenta dall’11,5% al 23% dell’ammontare d’investimento (terreni, edifici, attrezzature produttive) per le grandi imprese e dal 21,5% al 33% per le PMI.

Albania

L’obiettivo generale della iniziativa Interreg III rimane quello di evitare che i confini nazionali ostacolino lo sviluppo equilibrato e l’integrazione del territorio europeo. Nella comunicazione agli Stati membri del settembre 2004, la Commissione UE afferma che “l’isolamento delle zone di frontiera può avere un duplice effetto: da un lato i confini rappresentano per le comunità di tali zone una barriera economica, sociale e culturale ed impediscono di gestire coerentemente gli ecosistemi; dall’altro, le zone frontaliere vengono spesso trascurate dalle politiche nazionali e di conseguenza le loro economie hanno la tendenza a diventare periferiche nell’ambito dello Stato di cui fanno parte”.

 

 

TiranaL’UNIONE EUROPEA E L’ALLARGAMENTO – Con l’allargamento dell’Unione Europea ai nuovi Stati membri (ora la popolazione è giunta a 490 milioni di cittadini), sono stati varati nuovi programmi di cooperazione transfrontaliera e apportate modifiche per aggiornare i programmi esistenti, al fine di garantire la piena partecipazioni dei nuovi Paesi. Questi programmi promuovono la cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale: interessate sono le frontiere e le zone di frontiera tra Stati membri e tra Unione Europea e i paesi terzi; in particolare per il programma di cui ci occupiamo in questa sede, INTERREG Italia-Albania, il mar Adriatico costituisce la frontiera naturale tra i due Paesi. INTERREG/CARDS III A Italia-Albania – Sono stati pubblicati sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia n. 55 del 12 aprile 2007 gli avvisi pubblici per la presentazione di proposte progettuali relative al Nuovo Programma di Prossimità Interreg/Cards IIIA Italia-Albania 2004/2006 (scadenza 11 giugno). La novità dei bandi pubblicati è costituita dal fatto che per la prima volta gli strumenti di cooperazione esistenti INTERREG e CARDS sono integrati fra loro e coordinati attraverso la creazione di un unico strumento idoneo a sviluppare interventi anche in territorio albanese, denominato appunto “Nuovo Programma di Prossimità (NPP) Interreg / Cards Italia - Albania” (in pratica i fondi saranno attinti oltre che dal contributo FESR, dalle quote del Fondo nazionale di Rotazione (FdR) e della Regione Puglia previste per INTERREG, anche da una quota di compartecipazione del fondo CARDS destinata a finanziare le operazioni da implementare in territorio albanese). ASSI - Gli avvisi pubblicati riguardano l’Asse I (Trasporti, Comunicazioni e Sicurezza) e l’Asse IV (Turismo, Beni Culturali e Cooperazione istituzionale). Dell’Asse I le seguenti misure: 1. Misura 1.1 Trasporti e comunicazioni Azione 2) “Progetto finalizzato per la cooperazione, divulgazione, aggiornamento e sostegno istituzionale allo sviluppo della gestione della domanda di mobilità” 2. Misura 1.2 Sicurezza  Azione 2) “Progetti per attività preventive ed educative per immigrati” Sottoazione 2.1. “Adeguamento strutturale e funzionale” Sottoazione 2.2 “Attività di accompagnamento, formazione ed inserimento sociale e lavorativo” Intervento 2.2.A “Interventi propedeutici di formazione sulle tematiche psicosociali correlate alle migrazioni” Intervento 2.2.B “Intervento integrato di orientamento e formazione” Intervento 2.2.C “Servizio di mediazione linguistica e culturale”; Azione 3) Progetto Microcredito. Per l’Asse IV, la Misura 4.3 Sviluppo della cooperazione istituzionale e culturale, Azione 3 "Centro Italo-Albanese per la ricerca economica e sociale".

SOGGETTI PROPONENTI, AREE AMMISSIBILI, TIPOLOGIA DI PROGETTI  - A seconda degli Assi, I o IV, variano i requisiti per i soggetti proponenti, i progetti finanziabili, l’entità dei finanziamenti; gli interventi previsti da entrambi i bandi dovranno essere localizzati all’interno della Regione Puglia: province di Bari, Brindisi e Lecce e in Albania nell’ intero territorio nazionale. Asse I : i soggetti proponenti c.d. interni (Internal Lead Partner) devono avere sede ufficiale e/o operativa nell’area ammissibile del Programma (province di Bari, Brindisi e Lecce), per l’intera durata del progetto (12 mesi), avere nazionalità di un Paese Membro dell’UE ed essere direttamente responsabili della preparazione e gestione dell’intervento con i loro partners, non soltanto come intermediari. La proposta progettuale deve indicare il proponente esterno (External Lead Partner), responsabile per la gestione dei fondi CARDS e delle attività in Albania. Il Lead Partner Esterno deve essere un soggetto pubblico Albanese. Per l’Asse IV, possono presentare proposte progettuali in qualità di Leader partner Università e Centri diricerca pubblici aventi sede legale nelle province di Bari, Brindisi e Lecce. Altri partners di progetto possono essere soggetti pubblici e/o privati, Enti ed Amministrazioni pubbliche, associazioni senza fine di lucro, ONG. L’Azione 3) della Misura 4.3 prevede la progettazione ed attivazione di un Centro italo albanese per la ricerca economica e sociale con sede in Puglia ed articolazioni territoriali in Albania. L’intervento è finalizzato alla realizzazione di un Centro italo albanese in grado di sviluppare analisi e ricerche di standard internazionale sui temi dell’economia e dello sviluppo in un’ottica di cooperazione tra paesi transfrontalieri.

Ucraina

Ucraina: dopo la rivoluzione arancione torna la stabilità istituzionale e politica

L’Ucraina non solo è stata la sfidante dell’Italia nei quarti di finale al campionato del mondo di calcio, ma è stata, per lungo tempo, in prima pagina sui quotidiani di tutto il mondo e notizia di apertura dei telegiornali: tutti abbiamo seguito, a fine 2004, le storiche giornate di quella che è stata battezzata come la “rivoluzione arancione”, un movimento di popolo, una rivoluzione pacifica che ha condotto alla vittoria alle elezioni presidenziali Viktor Yushschenko, anche passando per la ripetizione della consultazione elettorale – il cui primo esito aveva dato vincente lo sfidante di Yushschenko, ovvero il delfino dell’ex presidente - concessa in via straordinaria dalla Corte Suprema, a causa dei denunciati brogli elettorali. Dall’insediamento del nuovo governo il processo di modernizzazione del Paese ha iniziato il suo, pur lento, cammino: esaminiamo in questa sede i settori economici promettenti e le opportunità per le nostre imprese.

LO SCENARIO ECONOMICO – L’Ucraina ha visto riconoscersi dall’Unione Europea lo status di economia di mercato nel corso del vertice tenutosi a Kiev lo scorso 1 dicembre; anche l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio è un obiettivo primario per il governo ucraino che a tal fine sta accelerando le procedure: l’ultimo meeting del gruppo di lavoro per l’adesione dell’Ucraina all’OMC si è tenuto nel novembre 2005, il Paese quindi possiede attualmente lo status di “osservatore”. Il periodo in cui elevato è stato il rischio politico è ormai passato tutto a vantaggio della percezione che si ha all’esterno del sistema economico del Paese, nel quale sono ripresi ed intensificati i processi di privatizzazione che offrono, per quanto in questa sede interessa, la possibilità agli investitori stranieri di acquisire stabilimenti industriali ed immobili in diversi settori.  I settori che offrono più possibilità di crescita - come afferma l’ICE per il breve e medio termine – sono quelli dell’industria agraria (colture di cereali), così come quello della trasformazione dei prodotti soprattutto alimentari tenuto conto dei numerosi programmi di assistenza e finanziamenti messi a disposizioni da organizzazioni finanziarie mondiali (tra le quali molto presente ed attiva è la BERS – Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo), il commercio, il turismo, il settore bancario e finanziario, il mercato dei fondi di investimento, oltre al settore terziario globalmente inteso; inoltre sicuramente molto interessanti sono i settori legati allo sviluppo scientifico ad alto potenziale quali l’industria navale e aeronautica, il settore delle infrastrutture (telecomunicazioni, informatica ,energia), così come l’edilizia. Per quanto riguarda l’intervento della BERS a sostegno delle iniziative imprenditoriali in Ucraina, ne segnaliamo alcune recenti: la concessione di un cospicuo prestito alla compagnia armatoriale ucraina Black Sea Shipping Management Company di Odessa per l' acquisto di 5 navi in costruzione; nel settore bancario ed assicurativo sono diversi gli interventi della BERS, tra i quali il finanziamento alla creazione di una compagnia di assicurazioni (per sviluppare il ramo assicurativo sulla vita), la partecipazione all’aumento di capitale di due istituzioni bancarie che hanno come obiettivo primario il rafforzamento delle attività di credito verso le piccole imprese e la micro impresa.  

I RAPPORTI TRA ITALIA E UCRAINA – Come abbiamo potuto comprendere questo periodo è uno dei più adatti per gli investimenti diretti esteri (IDE), sia in virtù dei processi di privatizzazione che sono attualmente in corso sia in forza del potenziamento infrastrutturale di cui Paesi come questo necessitano nel breve e medio termine; altro fattore da valutare è rappresentato, come avviene per altri paesi dell’Est, dalla possibilità di avvalersi di manodopera a baso costo, ma con un livello di preparazione relativamente buono. L’Italia si colloca però al di fuori della top ten degli investitori stranieri (i primi tre posti sono occupati rispettivamente da Cipro, Usa e Regno Unito), gli investimenti diretti italiani infatti non sono molti, sono presenti, secondo i dati ICE, circa 300 nostre aziende, per lo più impegnate nei settori della costruzione delle macchine e della industria leggera, il 20% delle quali si trova nella capitale Kiev e la restante parte in maniera diffusa sul territorio. Degni di nota sono inoltre alcuni settori, come quelli ad alto contenuto di tecnologie, che vantano tradizioni di efficienza e qualità in cui la cooperazione da parte di imprese estere potrebbe essere per queste di grande beneficio (fortunatamente vi sono alcune imprese italiane che hanno avviato forme di collaborazione nei settori energetico, nel campo siderurgico e degli acciai etc).Per quanto attiene le importazioni da parte dell’Ucraina di prodotti dall’estero possiamo registrarne una percentuale crescente, anche grazie all’incremento costante del reddito delle famiglie che sono quindi più propense, rispetto al passato, all’acquisto di beni importati. E di ciò chiaramente se ne avvantaggia il Made in Italy: l’Italia si trova al terzo posto come Paese cliente dell’Ucraina (al primo posto tra i paesi UE), e al sesto come Paese fornitore. In particolare, tutto il settore abbigliamento e moda (comprese calzature e articoli in pelle) ha una buona presenza sul mercato e ottime prospettive anche se in qualche caso minacciata dalla concorrenza dei prodotti asiatici. L’innalzamento dei redditi della popolazione offre buone chance anche per settori quali quello dell’arredamento, dei generi alimentari, delle bevande alcoliche di qualità, che prima non avevano spazi di mercato. Il forte sviluppo dato all’edilizia può attrarre sia le imprese costruttrici italiane che quelle che forniscono materiali e macchine (molto interessante è il settore della lavorazione del legno). Il mercato delle macchine e dei macchinari agricoli attualmente non offre grandi prospettive, si attendono mezzi finanziari e soprattutto le privatizzazioni, la cui attuazione è stata solo rimandata; mentre sembra svilupparsi la domanda per macchinari dell’industria alimentare (si pensi alla catena del freddo, alla produzione di vino e alcolici etc.).

 

Brasile

Il Brasile è il Paese che attira maggiormente gli investimenti esteri stranieri –IDE - rispetto agli altri Paesi dell’America Latina e dell’area caraibica (si stima circa il 40% degli IDE che interessano l’area, in larga parte provenienti da Paesi europei, oltre che, come è facile immaginare, dagli USA) La ragione di questa affluenza estera massiccia risiede principalmente nel fatto che il Brasile, nel corso degli anni ‘90, per cercare di essere al passo con sviluppo tecnologico internazionale e per affrontare in modo adeguato la concorrenza dei mercati esteri, ha operato importanti trasformazioni, attuando un corposo processo di privatizzazioni che hanno interessato settori strategici dell’economia (come quello delle telecomunicazioni, siderurgico, minerario, trasporti etc.), ed ha pertanto attirato società estere che hanno saputo sfruttare il “terreno vergine” che si offriva loro(Es. Telecom Italia, Ford, etc). Inoltre, il Brasile, forte delle risorse naturali a disposizione, ha saputo delineare un sistema di incentivi ed agevolazioni per gli investitori esteri, creando delle vere proprie zone privilegiate (si pensi allo stato di Minas Gerais). Da ultimo, non certo per importanza, il merito della ritrovata fiducia nel Brasile va rintracciata nel cambio del vertice del governo brasiliano avvenuto con la vittoria di Luis Inacio Lula da Silva; nel 2003 la bilancia commerciale ha fatto registrare un saldo attivo di 24 miliardi di dollari, con una crescita dell’89% rispetto al 2002, le esportazioni sono cresciute del 21% e l’inflazione è calata.

San Paolo

L’ECONOMIA BRASILIANA– Già dall’inizio del 2001 gli operatori economici avevano compreso che l’economia brasiliana aveva inaugurato una fase di sviluppo stabile, sicuramente lontana dalle incertezze che avrebbero di lì a poco travolto il sistema economico della vicina Argentina (finita poi come sappiamo in bancarotta finanziaria); l’analisi era fondata sulla considerazione che il Brasile aveva prediletto l’attrazione degli investimenti produttivi esteri,limitando l’afflusso di denaro a fini speculativi, al fine di consentire il passaggio da una economia prettamente rurale ad una industriale e che puntasse sul settore terziario. Gli effetti di tale scelta si vedono nel mutamento delle esportazioni: se in passato esse erano costituite in prevalenza da prodotti primari e dell’agricoltura, da un decennio a questa parte, invece, sono costituite da prodotti industrializzati (automobili, componentistica meccanica etc.,negli ultimi anni sono in aumento anche le esportazione manifatturiere).Di pari passo allo sviluppo economico si muove il sistema legislativo federale che, nel corso degli anni ‘90, ha visto l’entrata in vigore di numerose leggi rivolte a disciplinare  settori totalmente sprovvisti di regolamentazione o lacunosi; chiari esempi sono la legge antitrust, quella sul franchising, sulla proprietà intellettuale, quella a difesa dei consumatori, quella ambientale etc.

I SETTORI INTERESSATI DAGLI IDE – I Paesi che hanno maggiormente investito direttamente in Brasile negli ultimi anni sono Spagna, USA, Portogallo, Germania e Italia, e v’è da sottolineare che la parte più consistente di tali investimenti è stata destinata all’acquisto di attività liberalizzate a seguito delle privatizzazioni innanzi citate. Ciò si desume, infatti, da un’analisi degli IDE nell’anno 2001: essi sono concentrati per il 70% nel settore dei servizi (elettricità, acqua, gas, telecomunicazioni, commercio e servizi finanziari), per il 25% nel settore industriale e manifatturiero e per la restante percentuale nel settore primario (agricoltura e minerario)..

I RAPPORTI CON L’ITALIA – Il Brasile è uno dei partner commerciali più importanti del nostro Paese, tanto da aver superato dal 1999 l’Argentina, che è stata a lungo il primo partner commerciale dell’Italia in quell’area. Oggi figura, unico Paese del Sud America, tra i primi venti partner commerciali dell’Italia. Il Brasile rappresenta sicuramente un buon mercato di approvvigionamento, le principali voci dell’export brasiliano verso l’Italia indicano un costante incremento per il settore minerario (si pensi ai marmi e graniti esportati in Italia per processi i seconda lavorazione e finitura); per il settore del cuoio e dei prodotti in cuoio che ha registrato un considerevole aumento negli anni scorsi (anche +90%); per il settore del tabacco, delle bevande e dei prodotti alimentari. Il Brasile costituisce inoltre un mercato di produzione, ovvero un Paese in cui, per imprese operanti in determinati settori, può risultare vantaggioso de-localizzare tutta o in parte la produzione industriale, considerata la presenza sia di materie prime ( quali il legno, le pelli etc.) e che di manodopera a costi di gran lunga inferiori a quelli normalmente praticati nei Paesi industrializzati ( si pensi che lo stipendio mensile base di un operaio non specializzato è di circa 100 euro).Ma non bisogna dimenticare che il Brasile rappresenta un potenziale mercato di sbocco, in quanto vi abitano 170 milioni di persone che, dai risultati emersi da una recente ricerca, mostrano una forte propensione al consumo, aperture alle novità e ai prodotti stranieri; a quest’ultimo proposito per il Made in Italy sarebbe un mercato interessante, considerando sia la forte presenza di oriundi italiani (20 milioni di persone)che un sistema distributivo all’ingrosso alquanto efficiente che consente un ingresso facilitato dei prodotti nel mercato interno.

Marocco

Marocco: Opportunità commerciali e investimenti

Il Marocco è uno dei dieci Paesi del bacino del Mediterraneo facente parte del partnerariato Euro-Mediterraneo istituito a Barcellona nel 1995, quindi costituisce già un Paese target e preferenziale per sviluppo commerciale e l’integrazione culturale dell’Unione Europea nell’area, senza considerare che il nostro Ministero del Commercio Internazionale inserisce proprio l’Africa Mediterranea tra le zone su cui occorre incrementare le iniziative di promozione. Ci soffermiamo sulle opportunità commerciali, anche in considerazione dei dati positivi dell’economia marocchina in ascesa costante dal 2001 (crescita che si attesta su valori medi del 5,4%) e segnaliamo una missione imprenditoriale organizzata da Promec, Azienda speciale della Camera di Commercio di Modena, insieme a Promos, Azienda speciale della Camera di Commercio di Milano con il patrocinio del sistema camerale italiano, che si terrà dal 2 al 4 marzo 2008 a Casablanca, confermando il vivo interesse verso questo Paese che ha condotto diverse Camere di Commercio italiane ad insediare nel 2005 uno “Sportello-Italia” proprio a Casablanca, dinamico centro d’affari, per favorire l’internazionalizzazione delle nostre imprese.

RabatPARNTNER COMMERCIALI E SETTORI DI INTERESSE – I principali partner commerciali del Marocco sono i Paesi dell’Unione Europea che coprono circa la metà delle importazioni del Marocco, acquistando circa i tre quarti delle sue esportazioni. Tra i paesi fornitori, anche per legami storici (e affinità linguistica) primeggia la Francia, per prossimità geografica la Spagna, seguiti dall’Italia, che ha visto crescere le proprie esportazioni in Marocco del 18% nel primo semestre 2007, superando rispetto al 2006 l’Arabia Saudita. Tra i Paesi clienti l’Italia si posiziona quarta preceduta da Francia, Spagna e Gran Bretagna. Si è registrato un incremento del settore tessile che si conferma al primo posto nelle nostre vendite, seguito dai macchinari. Anche per quanto riguarda le nostre importazioni di prodotti del tessile/ abbigliamento si è registrato un incremento: il settore tessile non sconta in maniera rilevante la concorrenza asiatica visto che in linea di massima le produzioni sono di livello più elevato e la maggiore “minaccia”, fino a qualche tempo fa rappresentata dalla Romania, ha perso il suo potenziale dato che l’ingresso nell’UE ha prodotto nel Paese l’incremento inevitabile dei prezzi del tessile, pertanto il Marocco riesce a mantenere la sua competitività nel settore in ambito internazionale. Al secondo posto nelle nostre importazioni, con un incremento del 16%, troviamo il pesce congelato e trasformato, a conferma di un trend positivo e di un settore molto interessante, anche per investimenti diretti.

IDE – Anche se siamo l’ottavo Paese investitore, i motivi per incrementare gli investimenti sono numerosi: notevole è l’interesse nei confronti di taluni modelli italiani quali ad esempio i distretti industriali, come pure verso i nostri settori di punta (agro-industria, pelletteria, prodotti del mare etc.); inoltre sarebbe opportuno beneficiare del processo di privatizzazioni che il Governo marocchino sta realizzando nel campo dell’agricoltura, dell’energia, dell’aeronautica, del trasporto ferroviario, delle telecomunicazioni, dell’ambiente;  vi sono preziosi varchi di ingresso anche nel settore dell’edilizia, specie in quella abitativa e del settore del turismo (uno dei più rilevanti in Marocco). Oltre a ciò si aggiungono i benefici dell’Area di Libero Scambio Marocco-USA, nonché con la creazione della Free Zone di Tangeri (si veda a quest’ultimo proposito articolo del 4.12.2006). Fonte: ICE

 

Cuba

Cuba "attrae" i paesi dell'Unione Europea

La capacità competitiva delle imprese che operano in un medesimo settore industriale dipende in gran parte dalla valorizzazione che esse riescono a dare al patrimonio immateriale dell’impresa, costituto da marchi registrati, brevetti , know-how e tutto l’insieme di conoscenze che l’impresa ha acquisito non solo per la produzione ma anche per la commercializzazione dei prodotti. Tuttavia, in molti casi, la configurazione di una struttura interna all’azienda dedicata alle attività di ricerca e sviluppo e l’impiego in essa di risorse non trovano spazio nelle piccole e medie realtà imprenditoriali, le quali, però, possono avvalersi, per accrescere la propria competitività, di conoscenze e tecniche appartenenti ad altri, attraverso appositi accordi.Ecco che si prospetta per le PMI la possibilità di utilizzare le tecnologie e i marchi di imprese di dimensioni maggiori o che vantano notorietà sul mercato mondiale (il c.d. licensing in e il merchandising). Le PMI possono, inoltre, per sviluppare il proprio patrimonio tecnologico, stipulare accordi con altra impresa al fine di svolgere in partnership le attività di ricerca mediante l’utilizzo delle proprie capacità tecniche che diventano quindi patrimonio comune. Di converso, accade che le grandi imprese nazionali ed estere possano avvalersi anche di PMI per conquistare nuovi mercati e per aprirsi a settori diversi; ma non è raro che anche le PMI concedano in licenza all’estero, specie nei Paesi in via di sviluppo (PVS), pacchetti tecnologici per la produzione di prodotti che si è deciso di non fabbricare più nel territorio nazionale (licensing out)).

CubaIL CONTRATTO DI LICENZA – Nella prassi del commercio internazionale si usa definire un contratto di licenza un accordo ove un soggetto giuridico, il licenziante, in cambio di un corrispettivo, concede all’altra parte, detta licenziatario, di sfruttare determinati diritti di proprietà industriale di cui è titolare (come brevetti, marchi, modelli etc.) oppure di utilizzare determinate tecnologie sviluppate dal licenziante che, seppur non coperte da diritti di privativa industriale, formano nel loro complesso un patrimonio di conoscenze non facilmente accessibili dal pubblico (si intende il know-how). Possono aversi contratti di licenza puri, per mezzo dei quali viene concesso il diritto di sfruttamento del brevetto o del marchio o del know-how, oppure contratti di licenza misti, in cui il trasferimento della tecnologia avviene sotto forma di pacchetto (package licence agreements), ovvero accanto alla licenza del brevetto si offre anche il know-how, l’assistenza tecnica e il training  necessari alla corretta implementazione del processo produttivo che porterà alla realizzazione del prodotto da commercializzare.

LA DISCIPLINA  - La disciplina degli accordi di trasferimento di tecnologia in ambito comunitario (licenza di brevetto, know-how, diritti d’autore sul software, etc.) è mutata di recente: è entrato in vigore, infatti, lo scorso 1°maggio il regolamento CE 772/2004 che, abrogando e sostituendo il precedente regolamento CE n.240/96, troverà applicazione sino al 30 aprile 2014. Il regolamento, in applicazione e specificazione, come il precedente, della disciplina antitrust (art. 81 del Trattato CE), ha provveduto a semplificare il sistema, individuando soltanto le clausole che non possono figurare nei suddetti accordi (contenute nella c.d. “lista nera”), per cui ciò che non è espressamente escluso si ritiene ammesso.A livello internazionale questi accordi, nella maggior parte dei casi conclusi tra imprese appartenenti a Paesi industrializzati, come l’Italia, in qualità di licenzianti, e imprese appartenenti a Paesi in via di sviluppo ( Brasile, Argentina, India etc.), in qualità di licenziatarie, sono spesso soggetti a restrizioni disposte dalle leggi di questi ultimi, che a tutela delle imprese locali, sottopongono gli accordi ad un controllo preventivo attraverso il loro deposito presso l’autorità designata, al fine di impedire che vengano stipulate clausole che si ritengono lesive della capacità di sviluppo delle proprie imprese (non è vista favorevolmente, ad esempio, la clausola che impone l’obbligo per il licenziatario di assumere solo personale del licenziante con il connesso divieto di assumere personale del posto per lo svolgimento di determinate mansioni). La ragione delle limitazioni è facilmente intuibile: il PVS vuole che le conoscenze trasferite diventino patrimonio della impresa e della economia del Paese in generale, tanto da dichiarare in alcuni casi illecite le clausole che impongono al licenziatario di non utilizzare in modo assoluto la tecnologia allo scadere dei contratti.

ASPETTI SALIENTI DEI CONTRATTI -  Come per ogni tipologia di contratto internazionale l’esame degli “interessi” in gioco va effettuato caso per caso, tanto più la considerazione vale in questo ambito in cui spesso vengono concessi in licenza pacchetto omnicomprensivi (know-how, brevetti etc.), per cui in contratto devono essere elencate, in modo chiaro ed esaustivo, le prestazioni del licenziante che consentano una trasmissione corretta del know-how (oltre ai disegni, alle schede tecniche, alle formule etc, si aggiunge l’assistenza tecnica in loco per avviare l’utilizzazione della tecnologia con personale del licenziante). La determinazione del corrispettivo è prevista secondo varie formule: attraverso un unico versamento predeterminato in contratto (lump sum) da corrispondersi in unica soluzione o dilazionato in diverse rate, oppure attraverso royalties calcolate sul fatturato o in base al prezzo dei singoli prodotti venduti avvalendosi della tecnologia licenziata; le due modalità possono combinarsi come peraltro spesso accade, data la diversità dei criteri posti a base della loro determinazione. Inoltre si usa prevedere una clausola di esclusiva territoriale che consente alla impresa licenziataria di utilizzare la tecnologia e di vendere i prodotti da essa derivati solo nei territori in cui non sia già presente il licenziante o altri licenziatari(possibilità questa prevista nella Unione europea, ma da valutare caso per caso nel resto del mondo).

Libia

Libya

La Libia, grande opportunità per le Pmi

Con la sospensione dell’embargo da parte delle Nazioni Unite avvenuta nell’aprile del 1999, e con la recentissima sua abolizione avvenuta nell’agosto 2003,  la Libia, dopo un lungo periodo di isolamento, ha vivacemente ripreso il percorso di sviluppo sullo scenario internazionale. Il Paese è caratterizzato da un sistema economico di tipo socialista in cui l’iniziativa privata è limitata e la presenza dello Stato nell’economia è di conseguenza pregnante. Ma, nonostante questo, la Libia si sta dimostrando Paese dinamico sotto il profilo dell’attrazione degli investimenti e può rappresentare una opportunità per i Paesi europei.

L’ECONOMIA LIBICA – I SETTORI - Da sempre l’economia di questo Paese è stata caratterizzata da una forte dipendenza dal settore degli idrocarburi (petrolio, gas, etc.) che rappresenta il 95% delle esportazioni. Il petrolio, in particolare, è la principale risorsa della Libia che rimane  il maggior produttore petrolifero del Nord Africa; di conseguenza, l’andamento dell’economia, considerando anche che il petrolio genera circa il 75% delle entrate pubbliche, è fortemente condizionato dal suo prezzo. Il settore industriale è pertanto incentrato sulla produzione siderurgica e sul petrolchimico. Anche il settore delle costruzioni è in forte crescita, dato il programmato sviluppo dell’edilizia popolare che ha accresciuto e farà accrescere il fabbisogno di materiali e competenze tecnico-specialistiche provenienti dall’estero. Il settore agricolo è fortemente penalizzato dalla localizzazione geografica del Paese, che fatta eccezione per le poche zone costiere coltivabili, è per il 90% desertico. Il comparto della pesca, invece, pur potendo svolgere un ruolo rilevante nell’economia del Paese data l’estensione della costa libica, non è supportata né da adeguate infrastrutture portuali, né da  investimenti nei settori della refrigerazione e conservazione dei prodotti. E’ sicuramente carente il settore dei servizi e delle infrastrutture, per queste ultime si deve registrare che lo scarso sviluppo del sistema dei  trasporti costituisce un freno alla crescita del Paese che non ha strutture ferroviarie, mentre può contare sul trasporto aereo anche per i collegamenti interni.

  

LA POLITICA DI SVILUPPO DEL PAESE – Come abbiamo visto l’economia del Paese dipende dallo sfruttamento delle risorse minerarie, mentre per il resto è quasi totalmente dipendente dall’estero (si pensi che il 75% del fabbisogno alimentare è soddisfatto con le importazioni). Per quanto riguarda i prodotti dell’agricoltura e i beni di consumo, la Libia attinge al mercato europeo, e negli ultimi tempi, data la competitività dei prezzi,  ai Paesi dell’Estremo Oriente.  Ecco perché il Governo libico, nel quadro di un programma di sviluppo che investe il quinquennio 2000-2005, ha stanziato risorse per lo sviluppo del settore non-oil, ossia quello non legato al petrolio, promuovendo anche il decentramento delle competenze in materia alle realtà locali, le Municipalità. Quindi è facile intuire che si aprano delle prospettive sia per la commercializzazione dei nostri prodotti che per l’insediamento di branch in loco. A questo proposito è bene sottolineare che anche i rapporti commerciali sono sottoposti allo stretto controllo delle autorità locali, alle quali è necessario rivolgersi se si vuole intraprendere una iniziativa commerciale o imprenditoriale. Le forniture infatti vengono richieste alle imprese comprese in una lista predisposta dalle autorità libiche, nella quale è possibile essere inseriti previa registrazione presso gli uffici competenti della propria società. Allo scopo di agevolare lo sviluppo del Paese è stata introdotta nel 1997 la nuova disciplina in materia di attività imprenditoriali svolte da soggetti esteri, che ha di fatto aperto le porte ai capitali stranieri. E ‘ stato costituto un “Ente per la promozione degli investimenti” con lo scopo di promuovere l’investimento dei capitali esteri e di pubblicizzare i progetti del governo libico ( in questo periodo incentrati sul turismo, agricoltura e sanità). Avranno la precedenza quei progetti che tutelano gli interessi pubblici del Paese ossia la cui attività consenta al Paese di conseguire i suoi obiettivi primari: aumentare le esportazioni, incrementare l’occupazione, formare tecnici, innovare le tecniche di produzione e i servizi, sviluppare le arre arretrate. creare nuovi posti di lavoro.

I SETTORI INTERESSATI – Si è concentrato l’impiego delle risorse nello sviluppo di quei settori che hanno possibilità di crescita autonoma in Libia e cioè comunicazioni, infrastrutture, turismo, pesca, ma anche agricoltura e industria leggera. Le imprese estere saranno quindi chiamate ad intervenire con le loro competenze al potenziamento della struttura economica libica, in particolare ottime prospettive si registrano nel settore del turismo, dell’agro- alimentare, del tessile e delle macchine (per l’agricoltura, per l’imballaggio, per la lavorazione del marmo e metalli), dei materiali per l’edilizia e i relativi accessori (molto richieste le ceramiche italiane), nonché delle attrezzature per la pesca al fine di ammodernarne i sistemi.

  

FIERA INTERNAZIONALE DI TRIPOLI – 2-12/04/2004 – Un importante appuntamento per entrare in contatto con la realtà sin qui descritta e cogliere le opportunità che si stanno offrendo, è costituita dalla Fiera Internazionale di Tripoli, alla quale le imprese possono partecipare con il supporto dell’ICE che curerà l’organizzazione di una collettiva italiana articolata su 3 o 4 padiglioni settoriali. Sono previste azioni di comunicazione su media  locali, l’inserimento dell’azienda nel catalogo predisposto dall’ICE, nonché servizi di assistenza in loco attraverso interpreti e personale addetto all’organizzazione. Potranno essere presentati in fiera esclusivamente prodotti Made in Italy, tranne quelli appartenenti ad una lista predisposta dal governo libico, il cui elenco è fornito dall’ICE.

 

Sud Africa

L'Italia e il Sud Africa più vicine 

Il Sudfrica è in grande fermento per l’evento di portata planetaria (o almeno considerato tale dalla stragrande maggioranza) che ospiterà nel 2010: la diciannovesima edizione dei campionati mondiali di calcio. Sappiamo benissimo che il Paese che viene scelto per ospitare manifestazioni di tale portata coglie la preziosa occasione per rilanciare la propria immagine su scala mondiale, per aumentare i contatti commerciali con Paesi di tutto il mondo e stimolare di conseguenza la crescita produttiva. Insomma l’evento sportivo (così come le olimpiadi, si vedano i preparativi in Cina per il 2008) diventa un’ottima vetrina per presentare le risorse e le potenzialità del Paese in questione, vetrina da osservare attentamente per comprendere se vi sono opportunità per le imprese di tutto il mondo, e l’Italia non è da meno, in quanto proprio qualche settimana fa si è conclusa la visita in Sudafrica del nostro sottosegretario al Commercio Internazionale con delega ai paesi africani, Mauro Agostani, alla  guida di una delegazione che ha visto insieme i rappresentanti di Ice, Sace, Simest e Confindustria anche in previsione di una missione programmata per luglio e che coinvolgerà un centinaio di aziende italiane, secondo quanto dichiarato dal Ministero del Commercio Internazionale in un comunicato del 12 marzo.  

JohannesburgLE OPPORTUNITÀ – Come ha dichiarato il sottosegretario "il Sud Africa è un paese che ha offerto in questi anni agli investitori stranieri stabilità politica e economica… ha grandi aziende nel settore estrattivo, petrolifero e automobilistico ma allo stesso tempo sono poco presenti le piccole e medie imprese che potrebbero avere grandi opportunità grazie soprattutto alla disponibilità di materie prime e alla manodopera qualificata. In particolare nel campo tessile, nella componentistica auto ma anche nel settore orafo e nell’impiantistica". Ed in vista dei campionati di calcio nel 2010, l’Italia è pronta ad offrire le proprie competenze ed il proprio know-how. Si pensi che in vista dell’evento sportivo il governo ha stanziato oltre 40 miliardi di euro per ammodernamento e creazione di infrastrutture (strade, aeroporti, sistema di trasporti in genere, oltre naturalmente agli stadi e ai campi sportivi). Ci informa l’ICE che, dai dati di interscambio del Sud Africa, relativi all'anno 2006 emerge una sensibile accelerazione dell'import di merci italiane. Nel 2006, le importazioni del Sud Africa dal mondo sono aumentate del 32,4% rispetto al 2005, mentre le importazioni dall'Italia hanno fatto registrare un incremento del 34,3%, rispetto al 2005. Pertanto l'Italia ha consolidato la nona posizione occupata nella graduatoria dei paesi fornitori del Sud Africa, con una quota di mercato che è quindi leggermente migliorata (è stata del 3% nel 2006).

RAPPORTI COMMERCIALI ITALIA - SUDAFRICA – IDE - Per quanto riguarda il nostro export, l’Italia esporta prevalentemente macchine utensili industriali, sia specializzate che per impieghi generali, macchine e apparecchi meccanici, elettrodomestici, apparecchiature di telecomunicazione (in forte aumento), prodotti farmaceutici, macchine utensili, prodotti chimici di base, autoveicoli e loro parti, macchinari ed attrezzature per l’agricoltura (in calo); in leggera flessione è anche il nostro export di autovetture, condizionato anche dalla forte concorrenza. Sul versante delle importazioni dell’Italia dal Sud Africa, la parte più consistente è rappresentata dai c.d. metalli non ferrosi (fra cui i metalli preziosi, oro e argento, ma anche l’alluminio), seguiti da prodotti minerari, prodotti della siderurgia e della filiera agro-alimentare. Se fino al 1998, il Sud Africa non è stato Paese obiettivo per i nostri insediamenti produttivi, dopo quella data si è scoperta da parte dei grandi gruppi industriali italiani (Fiat, Magneti Marelli, Luxottica etc.)l’importanza di avere proprie sedi produttive in uno dei luoghi più ricchi di materie prime e in un Paese che in molti settori rispetta gli standard europei, nei servizi, nelle infrastrutture, per il mondo degli affari (la borsa di Johannesburg è tra le 15 più importanti del mondo, quattro banche sudafricane sono tra le prime 500 del mondo, etc.). Inoltre il “terreno fertile” per gli insediamenti produttivi è dato dall’importanza che il Paese ha riservato agli investimenti esteri per lo sviluppo del proprio territorio, quindi via libera all’ingresso di capitali stranieri, con principio di parità di trattamento tra investitori esteri e locali, vige inoltre la libera trasferibilità all’estero di profitti e capitali, è stato stipulato con il nostro Paese un trattato contro le doppie imposizioni. Inoltre esiste la possibilità di insediare le proprie attività in alcune zone che beneficiano di agevolazioni, come ad esempio le zone di sviluppo industriale (che si trovano nei pressi di aeroporti, porti e principali vie di comunicazione), oppure è consentito investire in ben individuate aree del paese destinatarie di interventi finalizzati alla realizzazione di infrastrutture, di poli industriali ed agro-turistici.

ACCORDO UE-SUD AFRICA - Con l’avvenuta ratifica da parte di tutti gli Stati membri dell’UE, il TDCA (Trade, Development and Cooperation Agreement) è entrato in vigore nel 2004 (ma la firma era del 2000). Ma di cosa si tratta? E’ un accordo commerciale e di sviluppo che ha come obiettivo (da realizzare entro i prossimi 10-12 anni) la creazione di una zona di libero scambio tra l’UE ed il Sud Africa. L’accordo in questione quindi è un accordo di libero scambio (Free Trade Agreement), in cui l’entità e la dimensione della liberalizzazione tariffaria sono davvero ampie ed investono settori così numerosi e talvolta sensibili, incluso quello agricolo. Entro quindi 10-12 anni ben il 95% delle esportazioni sudafricane e l’86% di quelle dell’Unione Europea saranno completamente liberalizzate. E’ stato anche firmato un accordo in materia di vini ed alcolici nel 2001, accordo raggiunto dopo negoziati lunghi e difficili su una materia verso la quale anche l’Italia, grande produttore e esportatore di vini, ha un evidente interesse.